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I blog di Edizioni Psiconline

Gli autori, le recensioni, le novità e le informazioni sulla nostra Casa Editrice
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Intervista a Margherita Giordano sull'abuso sessuale e le sue conseguenze

margherita giordanoMargherita Giordano autrice di Abuso sessuale e dinamiche familiari, è psicologa, si occupa di psicologia e psicopatologia dello sviluppo ed è specializzata in ArtCounseling e tecniche di rilassamento.

Nel testo cerca di svelare i giochi familiari tipici delle famiglie abusanti e incestuose e di ricostruire e capire le dinamiche interattive che caratterizzano tali famiglie “patologiche”, soffermandosi prima però sui  fattori predisponenti l’abuso sessuale, l’incesto o il maltrattamento all’interno del nucleo familiare.
Nella intervista che segue ci presenta il suo volume da poco in libreria.

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Redazione1

Stefano Mosca, Il palloncino verde e la ricerca della libertà

stefanomosca2Stefano Mosca è autore della fiaba Il palloncino verde da pochi giorni in tutte le librerie, una storia che attraverso la metafora, vuol dare speranza a chi crede di non averne più.


Il piccolo Luca precipita in un pozzo. Avvolto dall'oscurità, egli vivrà disavventure surreali, circondato da malefiche creature della notte, confondendo realtà e illusione.

La speranza di potersi salvare è nascosta in un palloncino verde. Luca inizierà così, un percorso per la sua conquista.

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Redazione1

Salvatore Vallone e l'interpretazione dei sogni infantili

copertina valloneIn occasione della pubblicazione del libro “Ma cosa sognano i bambini. Interpretazione dei sogni infantili, prognosi e rischio psicopatologico” di Salvatore Vallone, edito da Edizioni Psiconline, abbiamo posto alcune domande all’autore per una migliore comprensione del testo.
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Redazione

Bianca Brotto presenta Perché io: un viaggio fra i misteri dell’esistenza.

Bianca BrottoBianca Brotto ha pubblicato il suo secondo romanzo “Perché io”, nel 2014 aveva pubblicato sempre con Edizioni Psiconline, il romanzo d’esordio “Dentro le scarpe”. Questa volta si tratta di una biografia, la storia di Chiara una professionista affermata, “a cui la vita ha chiesto di rinunciare a tutto per diventare ciò che era destinata ad essere”.

Raccontare la storia della protagonista, Chiara, “è stato un viaggio fra le incognite e i misteri dell’esistenza, è stato come quando si scala una montagna: il sentiero è a tratti impervio, può nevicare, grandinare e soffiare vento, ma una volta raggiunta la cima, l’emozione della vetta ripaga di tutte le fatiche” una esperienza ricca di emozioni e per usare ancora le parole dell’autrice “Perché io? mi ha condotta nell’intimità dell’esistenza facendomi penetrare un mondo invisibile, ma assolutamente reale. Con Chiara ho compreso che la vita dipende dal colore che utilizziamo noi per dipingerla”.

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Redazione1

Cos'è l'autostima e come si costruisce? Lo chiediamo a Sabrina D'Amanti

damanti2Sabrina D’Amanti è autrice di Profili di Personalità e Fragilità dell’Io nella Collana Punti di Vista.

Il libro mostra quali limiti psicologici possono impedire a una persona di tirar fuori, in modo pieno e appagante, il proprio potenziale creativo.

In esso vengono descritte le fragilità dell’Io che fanno da ostacolo alla completa e autentica espressione delle possibilità intellettive, relazionali e produttive di una persona, evidenziando quali paure, insicurezze, inibizioni si celano dietro a queste mancate realizzazioni, quali eventi personali storici hanno determinato tali fragilità e cosa fare per migliorare le proprie performance.

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Redazione

Intervista a Stefano Porcu e Bruno Furcas autori di Racconti schizofrenici

racconti schizofreniciStefano Porcu e Bruno Furcas autori di Racconti schizofrenici. Vivere la malattia mentale attraverso gli occhi di operatori, pazienti e familiari, da oggi disponibile in tutte le librerie, intervistati dalla redazione di Edizioni Psiconline, raccontano come è nato il libro, cosa li ha ispirati, e spiegano perché raccontare la malattia mentale in questa prospettiva.
Sono quindici le storie proposte all’attenzione del lettore; vicende concepite con la fantasia ma senza tralasciare l’osservazione effettuata durante il lavoro sul campo. Nei racconti, eventi e situazioni, stati d’animo ed emozioni danno vita a vicende personali dove il lettore potrà cogliere alcuni aspetti della patologia.


stefano porcu

logo porcuStefano Porcu è Psicologo, psicoterapeuta, formatore. Si occupa del tema della prevenzione del disagio e la promozione del benessere psicosociale, ha pubblicato contributi scientifi ci nazionali e internazionali di natura psicologica.
Collabora con organizzazioni del Terzo Settore in attività di sostegno, progettazione e realizzazione di interventi rivolti alle fasce deboli e svantaggiate, con particolare riferimento alla malattia mentale.
Ha pubblicato per Arkadia, con Bruno Furcas, il testo Storie di Bullismo: Dieci racconti e dieci giochi di gruppo per promuovere il benessere scolastico.

logo furcasBruno Furcas è laureato in Lettere Moderne a Cagliari, opera nell’ambito dell’integrazione e socializzazione di alunni minori in situazioni di grave svantaggio.
Ha pubblicato in Made in Sardinia (Cuec 2009) il racconto Pane duro e in Soltanto una palla di stoff a (Taphros 2010) il racconto Anime rosse. Ha pubblicato con Arkadia Editore Diversamente come te, con Andrea Cossu (2009), Boati di solitudine, con Salvatore Bandinu (2010), La favola di Duck, con Andrea Cossu (2010), Un mondo a parte (2011), ambientato nel diffi cile universo dell’autismo e I dolori del giovane bullo, con Salvatore Bandinu (2012), che ha inaugurato la nuova collana Paideia. Nella stessa collana ha pubblicato Storie di Bullismo, con Stefano Porcu.

Incontriamo gli autori in una caldissima giornata di settembre e sorseggiando una bibita fresca e ristoratrice parliamo un po' con gli autori per conoscere meglio il loro libro

 

D. Grazie innanzitutto per la vostra collaborazione, il nostro pubblico ama moltissimo leggere le interviste ai nostri autori.
Quando e perché avete deciso di scrivere Racconti schizofrenici?

R. L’idea di scrivere qualcosa sulla psichiatria era nell’aria già da tempo. Dopo tanti anni di lavoro nel sociale e all'interno di alcuni servizi di assistenza e di aiuto alla persona è nato spontaneo il bisogno di raccontare le esperienze vissute, sia per metterle a disposizione degli operatori ma anche per “esorcizzare” il rischio di burnout. Svolgendo questo mestiere abbiamo scoperto come il disagio mentale sia ancora qualcosa di sconosciuto o nascosto. I familiari e gli operatori apprendono sul campo, giorno dopo giorno, spesso tra mille difficoltà, nuove conoscenze sulla malattia mentale e nuove competenze e strategie nella gestione dell’utente. Dal nostro punto di vista, al di fuori di loro (operatori, utenti e loro familiari), nessuno conosce adeguatamente questo mondo. Lo scopo principale di questo libro è pertanto quello di far conoscere alcune situazioni e condizioni che rimangono, nella realtà quotidiana, sotto traccia, nascoste e sconosciute per tanti.

D. Le storie raccolte derivano da esperienze da voi conosciute in prima persona?
R. Le storie, le situazioni e i personaggi sono frutto della nostra fantasia. I disturbi, i sintomi e gli stati emotivi sono quelli osservati durante la nostra esperienza sul campo.

D. Chi sono i protagonisti dei racconti schizofrenici?
R. I protagonisti dei racconti sono gli attori del disagio mentale. Alcune storie sono raccontate in prima persona altre in terza persona, ma sempre dagli utenti, dai loro familiari oppure dagli operatori.

D. Perché nei racconti si focalizza l'attenzione sui familiari, sugli operatori e meno sui pazienti lasciando al lettore la possibilità di ricevere una impressione tutta personale dei vissuti di questi malati?
R. I sofferenti mentali sono i protagonisti indiscussi delle storie sia che abbiano un ruolo attivo o passivo basti pensare a Massimo Venturi, a Mario ne “La simbiosi”, Luca in “Teoria del caos”, Carlo di “Cala il Sipario”, Giorgio di “Genio e sregolatezza” ed altri.
I familiari e gli operatori, anch’essi protagonisti, sono coloro che accompagnano chi soffre e la loro vita viene spesso contaminata con quella di chi viene assistito. Non dimentichiamo che è molto alto il rischio che operatori della salute vivano situazioni di disagio e di malessere causate dal loro lavoro.
Certamente sono racconti che lasciano al lettore un senso di angoscia e spesso di impotenza.

D. Perché raccontare la malattia mentale e soprattutto in questa prospettiva?
R. Manuali diagnostici e testi tecnici ne esistono tanti. Il nostro intento non è quello di dare una definizione di malattia mentale o di schizofrenia, anche perché non siamo medici e non abbiamo le competenze per poterla dare. Il nostro lavoro è più a carattere letterario e socio antropologico, osserviamo la dinamica, le relazioni e soprattutto cosa pensano e provano gli attori del processo. Il nostro obiettivo principale è quello di  dare un contributo al superamento del pregiudizio e, perché no, anche una speranza.

D. Quando la salute mentale viene a mancare, a volte improvvisamente, cosa accade nella vita del malato e dei suoi familiari? Esiste una rete efficiente di supporto immediato a queste persone coinvolte in questo dramma? Come cambia l'esistenza di chi assiste chi è affetto da malattia mentale?
R. Quando viene a mancare la salute mentale, sicuramente la vita familiare subisce un cambiamento, una drastica trasformazione. La serenità viene a mancare e prendono il sopravvento le preoccupazioni, le paure, i conflitti… insomma uno sorta di disagio che si fonde nella sfera personale, sociale e lavorativa di tutti i componenti familiari.
Nella nostra esperienza abbiamo osservato la difficoltà dei servizi e degli operatori nel fornire una prestazione di sostegno e di aiuto immediato. Per certi versi però questo non ci stupisce perché la diagnosi della malattia non è sempre una cosa semplice. Inoltre sono i familiari stessi, prima di chiedere aiuto ai servizi territoriali, ad avere la speranza che questa possa essere una situazione transitoria e quindi spesso attendono che la situazione migliori in autonomia e non ci sia quindi bisogno di rivolgersi agli specialisti.
Purtroppo questa nella maggior parte dei casi si rivela una mera illusione, perciò, quando la situazione tende a peggiorare e quindi i sintomi della persona si fanno più acuti, i familiari non riescono a gestire le difficoltà e allora vorrebbero ricevere un aiuto immediato. Questo aiuto tempestivo spesso è impossibile. D’altronde la malattia mentale non è un problema che può essere risolto con soluzioni semplici e approssimative. Più che trovare delle soluzioni, i familiari degli utenti si trovano nella situazione di dover apprendere delle capacità e competenze tali da poter gestire il rapporto con la persona che soffre di un disturbo psichiatrico.
Spesso il problema si ribalta: quando la malattia è grave sono i familiare che devono imparare a gestire le dinamiche e la relazione con l’utente, a cambiare stile di vita per andare incontro al familiare e far fronte alle ripercussioni negative sulla propria vita.
Ora immaginate il dramma di chi deve assistere quotidianamente un sofferente mentale grave!

D. Accade spesso di sentirsi impotenti di fronte alla malattia mentale?
R.Il senso di impotenza è sicuramente provato dai familiari degli utenti psichiatrici, sia agli esordi della malattia e sia durante i picchi più acuti. Spesso familiari e operatori si sentono disarmati e non vedono vie d’uscita. Frustrazione, disperazione, paura e tanti altri stati d’animo si mescolano quando si assiste inermi davanti ad un nodo che sembra non potersi sciogliere. A volte quel nodo si scioglie, probabilmente quando il sostegno farmacologico, psicologico, educativo hanno avuto successo. Altre volte non si snoda e allora è necessario attrezzarsi per combattere battaglie di una guerra che potrebbe non avere mai fine.

D. Quale ruolo hanno la famiglia, gli operatori e le istituzioni nell'assistenza ad un malato mentale? La famiglia riceve l'adeguato supporto da parte delle istituzioni?
R. Famiglia, operatori e servizi sono i pilastri del sostegno. La famiglia, seppur con immense difficoltà, deve accettare la malattia e trovare il modo migliore per sostenere il parente con malattia mentale. Gli operatori, ovvero tutti i professionisti che lavorano per l’utente (psichiatri, psicologi, educatori, assistenti sociali, ecc.) giocano un ruolo di fondamentale importanza per il benessere dell’utente, per la gestione dei suoi sintomi e per il ripristino di una vita familiare e sociale funzionale e adeguata. Gli operatori sono il braccio operativo delle istituzioni.

D. Le politiche sociosanitarie attuali riescono ad assicurare l'assistenza adeguata ai malati e ai loro familiari? Cambiereste qualcosa dell'attuale sistema?
R. Il sistema socio-sanitario attuale non sempre riesce a colmare i bisogni contingenti che la malattia mentale scatena all’interno delle dinamiche familiari. Oggi, comunque,  sono sempre più presenti, per esempio, nel territori delle micro realtà o case famiglia che accolgono un ristretto numero di ospiti, supportati a tempo pieno da personale qualificato. Ciò  certamente alleggerisce, almeno periodicamente, il familiare dal carico emotivo che tali patologie scatenano. In tali percorsi, gli ospiti acquisiscono delle competenze relative al saper fare, al sapersi relazionare e all’acquisizione delle norme relative alla convivenza. Per mettere a frutto gli obbiettivi acquisiti e consolidare le nuove abilità sarebbe opportuno e necessario creare o potenziare, nel caso siano già presenti, reti di collaborazione tra le strutture per facilitare il passaggio degli utenti a fasi successive previste nei progetti educativi e miranti ovviamente all’autonomia e al reinserimento sociale.

D. Qual è l'atteggiamento mentale della nostra società  nei confronti della malattia mentale?
R. La nostra società non è ancora preparata ad accogliere il "diverso" e la malattia mentale è ancora fortemente intrisa di pregiudizio.

D. Quale messaggio volete far arrivare ai lettori?
R. Nel libro c'è l'importante contributo di una persona che ha attraversato personalmente il tunnel della malattia mentale, ma oggi grazie alla sua tenacia e alla professionalità di chi lo ha supportato, vive una vita normale con la sua famiglia e nella sua importante realtà lavorativa. Il nostro auspicio è quindi che il nostro lavoro contribuisca a dare una speranza a chi, in un qualsiasi momento della propria vita, si trovi ad attraversare questo tunnel. Vuole poi essere un modesto tentativo per il superamento del pregiudizio di cui abbiamo già parlato.


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Redazione

Intervista a Emmanuella Ameruoso autrice di Desiderare la genitorialità

ameruoso copertinaEmmanuella Ameruoso nel suo volume Desiderare la genitorialità. Il mondo interiorizzato nel disturbo dell'infertilità (Collana Ricerche e Contributi in Psicologia) fornisce uno spunto per un’indagine più specifica sul tema dell’infertilità di coppia ad eziologia psicogena e come manifestazione di esperienze legate allo sviluppo psicosessuale.


ameruosoEmmanuella Ameruoso è psicologa e psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico, specialista in psicologia clinica, sessuologia e psicologia forense, già giudice onorario del Tribunale di Sorveglianza di Bari.
È didatta in corsi di formazione clinica e sessuologica in ambito pubblico e privato e collabora con diversi portali web come consulente sessuologo ed editor.
La sua esperienza include la collaborazione professionale con vari consultori nei progetti di educazione alla salute, con associazioni private in qualità di tutore e supervisore di studenti universitari e in attività di sostegno psicologico e cura dell’individuo, della coppia e dell’età dello sviluppo.
Ha svolto per diversi anni il ruolo di Consulente Psicologo presso la Commissione Speciale in materia d’Infanzia e di Minori del Senato della Repubblica e nel settore dell’Adozione nazionale presso la Asl di Roma.
È autrice di diverse pubblicazioni in ambito sessuologico e criminologico e attualmente svolge attività di consulente tecnico di parte in ambito civile e penale e lavora come libero professionista a Roma e Bari.

Incontriamo la Dott.ssa Ameruoso prima della pausa estiva, per analizzare meglio i contenuti di Desiderare la genitorialità.
Parliamo della difficoltà a concepire riscontrata in molte coppie, non legata a patologie identificabili e della possibilità di valutare in questi casi un disturbo dell’infertilità psicogena.

D. Perché scrivere questo volume?
R. L’idea di questo libro nasce da una curiosità sorta durante il percorso di studi universitario. Si parlava in maniera abbastanza sporadica dell’infertilità relativa al partner cosa che mi spinse ad approfondirne le cause. Nello specifico, se due partner di una coppia non riuscivano ad avere figli dopo almeno due anni di tentativi falliti si separavano, costituendo un nuovo nucleo familiare, la gravidanza si realizzava. Un po’ come avviene per le coppie che dopo un’adozione riescono ad avere un figlio naturalmente!
Era quindi evidente che proprio la relazione fosse disfunzionale e che la difficoltà a concepire non fosse legata a condizioni mediche identificabili ma a qualcosa che la scienza empirica ha approfondito marginalmente.
L’argomento mi interessò molto e da lì cominciai ad analizzare la tematica in maniera più specifica attraverso la raccolta di materiale bibliografico ed esperienze di coppie che, invece, avendo inseguito la genitorialità con metodi naturali e poi con la PMA, hanno optato per l’adozione. I coniugi intervistati presentavano problematiche d’infertilità primaria e/o secondaria.

D. Quali novità propone?
R. La possibilità di valutare il disturbo dell’infertilità psicogena considerando il nesso di causalità tra la collusione intra relazionale e l’incapacità a procreare permette di intervenire sui fattori predisponenti fornendo alle coppie un nuovo modo di percepire se stessi e il rapporto, contenitore nel quale è riversato, comunque, inconsciamente un insieme di fattori legati alla propria storia personale e al vissuto genitoriale.

D. Perché nel libro lei afferma che l'esordio della genitorialità avviene
nel periodo adolescenziale?

R. Lo sviluppo sessuale e la maturità psico-cognitiva caratteristici del periodo dell’adolescenza permettono ai ragazzi di acquisire una consapevolezza rispetto alla propria capacità generativa. È facile che essi utilizzino la propria sessualità e il proprio corpo per attivare il processo di differenziazione e di autonomia rispetto alle figure genitoriali e, per questo, molte ragazze “desiderano una gravidanza” poiché ciò permetterebbe loro di “trionfare” sulla figura materna vissuta come rivale, affermando la propria individualità e la propria femminilità. Inoltre, è in tale processo di crescita che emerge la fantasia degli adolescenti sulla “opportunità” di divenire genitori e dalla quale scaturiscono le paure, le difficoltà e le rappresentazioni mentali rispetto a questo evento. La conquista e la scoperta della sessualità li proiettano verso una dimensione adulta, anche se non hanno portato a termine il processo evolutivo.

D. L'adolescenza rappresenta un periodo di definizione della propria
identità: è sempre stato così? È dappertutto così?

R. Più che di definizione parlerei di ri-definizione della propria identità poiché nuove trasformazioni sul piano della personalità tendono a integrarsi a quelle già acquisite. In linea di massima ogni collettività attribuisce all’adolescenza delle proprie peculiarità. In occidente, ma già notiamo una notevole differenza tra il nord e il sud dell’Europa, è considerato un periodo “critico” poiché di passaggio e questo dipende soprattutto dall’ambiente in cui si vive. Molto spesso gli adolescenti sono messi in crisi semplicemente dalla cultura di appartenenza perché la crescita è comunque un percorso naturale. Infatti, in alcune realtà sociali attuali (e remote) l’accesso all’età adulta è (ed è stato) lineare e per certi versi repentino, per cui i ragazzi lo vivono con più disinvoltura.

D. Quando si parla di crisi in età adolescenziale, a cosa ci si riferisce?
Quali conseguenze può avere in futuro?

R. La crisi adolescenziale ha diverse sfaccettature. Per alcuni questa dimensione non è vissuta in modo critico o disagevole mentre per altri il processo di separazione-individuazione dalle figure genitoriali, le modificazioni corporee, il confronto con i coetanei rappresenta un momento particolare e il malessere è una conseguenza quasi immediata. Gli aspetti prevalenti di tale percorso sono connessi alla dimensione fisiologica ma anche, e soprattutto, psicologica. È in tale momento che l’adolescente comincia a conoscersi più a fondo e a vivere una situazione più specifica rispetto all’affermazione della propria identità. Soggetti con contesti problematici e difficoltosi, esperienze traumatiche e una maggiore sensibilità in merito a tali cambiamenti possono vivere il momento con diversa intensità. E tali condizionamenti tendono a interferire con la crescita e inevitabilmente con l’aspetto genitoriale e procreativo.

D. Ci sono delle cause specifiche che collegano l’esperienza adolescenziale al disturbo dell’infertilità?
R. Sì. Nel testo approfondisco proprio quest’aspetto cercando di analizzare le esperienze che influenzano la formazione del disturbo: un vissuto legato alla prima esperienza sessuale, una storia familiare traumatica che ha riguardato la nascita o la morte di un bambino (parto traumatico, violenze sessuali, un aborto spontaneo, un’interruzione di gravidanza o una fantasia familiare tramandata tra donne di diversa generazione) possono essere fattori prodromici alla manifestazione dell’IP.
L’identificazione col proprio genere sessuale, cui aderisce la capacità generativa, e l’assunzione di un ruolo, tramite cui si esplica la propria genitorialità, che riaffiorano e si rendono manifesti specificamente in adolescenza, possono essere compromessi da tali fattori e sfociare nel disturbo.

D. Cosa s’intende per collusione?
R. La collusione è un patto inconscio che si realizza tra due partner portatori di una propria storia personale. Ognuno affida all’altro parti di sé che non accetta e di cui vorrebbe “disfarsi”. È così che il compagno diventa un “complice” accettando questo “reciproco accordo” e per certi versi disfunzionale.

D. Quali sono gli aspetti collusivi della coppia?
R. Dicks parla proprio di “incastro inconscio” cioè, per usare una metafora, due pezzi dello stesso puzzle che s’intersecano perfettamente e che manifestano di conseguenza un disturbo di cui entrambi gli elementi sono portatori. La collusione si rende palese a livello del genere e del ruolo sessuale nei quali gli adulti s’identificano e pertanto è in essi che va ricercata la causa dell’impedimento alla procreazione.

D. Sono numerose le coppie nelle quali si riscontra un'origine
psicologica dell'infertilità?

R. Sì, sono innumerevoli e molte delle quali ricorrono alla fecondazione assistita o all’adozione per realizzare il desiderio di avere un figlio. La componente psicologica ha una rilevanza apprezzabile nella generatività poiché determina a livello fisiologico delle modificazioni ormonali che inducono un’inibizione della fecondità.

D. Come s’individua questo tipo di problema quando si analizzano le cause dell'infertilità?
R. Innanzitutto si esclude l’origine di tipo organica e poi, attraverso un’anamnesi specifica rivolta a ogni singolo partner e una serie di colloqui mirati ad indagare le possibili cause di matrice psicologica (e/o traumatica) si identifica l’origine del emotivo e quindi l’insorgere del sintomo.

D. Come s’interviene?
R. La terapia psicosessuologica permette di intervenire sulle aree deficitarie e conflittuali che ostacolano, o ancor peggio inibiscono, la procreazione.
Lavorando sulle dinamiche inconsce interne alla coppia, basate prevalentemente su una proiezione reciproca di esperienze e vissuti singolari, si ristrutturano i rapporti con e tra le figure di riferimento interiorizzate (la propria relazione con i genitori, il rapporto tra i due genitori, l’identificazione di sé nel ruolo genitoriale) che riversate inconsapevolmente sul partner, tendono a generare la collusione. Inoltre, si sostengono i soggetti nella rielaborazione del lutto conseguente alla diagnosi d’infertilità, di eventuali esperienze traumatiche pregresse, anche riferite al periodo dell’adolescenza, agendo inevitabilmente sulla capacità procreativa e sulla genitorialità entrambe legate, come più volte sottolineato, all’identità e al ruolo di genere.
Il tentativo dell’opera è quindi quello di voler fornire un’ottica interpretativa più ampia delle cause che sono all’origine dell’infertilità non rese esplicite e chiare dalle diagnosi mediche. Offrire una nuova speranza alle coppie per poter coronare il desiderio di essere genitore non è altro che la possibile conclusione di un ciclo naturale di vita a cui tutti, o la maggior parte, aspirano!

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Redazione

Intervista a Francesco Codato sul suo nuovo saggio Che cos'è la malattia mentale

codato1Sebbene la malattia mentale venga identificata quale male epocale, non esiste nessuna definizione precisa che persuada tutti gli animi su cosa essa sia.
Francesco Codato nel suo nuovo saggio Che cos'è la malattia mentale cerca di ovviare a questo problema prendendo ad esame le risposte che le differenti discipline (psichiatria, storia, antropologia, sociologia, filosofia, religione, diritto, economia e bioetica) hanno elaborato e tuttora elaborano riguardo a tale fenomeno, mostrando come esso non possa che essere compreso adottando uno sguardo interdisciplinare, tendente a valutarne la sua complessa natura.


Francesco Codato ha già pubblicato con Edizioni Psiconline: Che cos’è l’antipsichiatria? Storia della nascita del movimento di critica alla psichiatria (2013) e da pochi giorni è in libreria  Che cos'è la malattia mentale (nella collana Ricerche e Contributi in Psicologia). Un volume davvero interessante, che vogliamo conoscere più approfonditamente, per questa ragione rivolgiamo alcune domande all'autore per capire meglio che cos'è la malattia mentale.


codatoD. Da cosa nasce l’esigenza di scrivere un testo che tratti delle varie definizione della malattia mentale fornite da discipline diverse?
R. Occupandomi di filosofia della medicina e specificamente di bioetica che è una disciplina che fa dell’interdisciplinarietà la sua essenza, mi è capitato di partecipare a convegni, presentazioni di libri, dibattiti ecc. inerenti le differenti problematiche relative alla malattia mentale. Ciò che ho notato è che in queste occasioni, seppur al centro ci fosse il concetto di malattia mentale, esso fosse completamente indefinito ed aperto a teorie sempre diverse, le quali però non dialogavano tra loro. Una cosa era parlare di malattia mentale con antropologi e sociologi, tutt’altro era parlare della medesima con psichiatri e medici, o ancora differente era parlare con psicologi e teologi. Ciò che intendo dire è che sebbene tutti abbiamo a cuore i differenti problemi inerenti alla malattia mentale, non parliamo della stessa cosa quando ci riferiamo ad essa, come se la malattia mentale fosse indeterminata per natura. La constatazione di questa incomunicabilità di fondo tra le varie discipline mi ha portato all’elaborazione di questo libro, in cui ho tentato di riassumere le differenti posizioni espresse dalle stesse sull’oggetto comune “malattia mentale”, tentando di farle dialogare.


D.Nel libro si parla della malattia mentale quale male epocale, cosa vuoi intendere esattamente?
R. Ogni epoca ha delle caratteristiche peculiari, una di queste è sempre stata quella di conferire valore a determinate forme patologiche. Allo stato attuale mi sembra che il dibattito in costante aumento attorno alle differenti forme di disturbi mentali stia riconoscendo nella patologia psichica la fonte discorsiva e patologica principale della nostra epoca. Non è un caso, ad esempio, che la depressione sia per l’OMS una delle malattia più diagnosticate al mondo e sia per tutti noi patologia, purtroppo, comune che possiamo rinvenire facilmente in amici, parenti o in noi stessi. Proprio per questo la depressione è, secondo me, un esempio denso di significato, poiché se cogliamo i dati della sua diffusione possiamo capire quanto i disturbi mentali condizionino e siano presenti nella nostra epoca, ma di pari passo se cogliamo gli stessi dati in maniera totalmente acritica rischiamo di scambiare tante nostre emozioni quali forme di depressione.
Per questo mi sembra che alla base di molti discorsi inerenti alle patologie mentali si scambi l’esigenza importantissima di classificare le malattie con la volontà, ancora più importante, di fare il bene del paziente. In altre parole, siamo così esasperati dal voler trovare il patologico in ogni situazione da non riuscire più a focalizzarci sul soggetto in cura, sulla singolarità del vivere e di esperire il dolore di quel soggetto. Potremo quasi dire che oggi si presta molta attenzione all’oggetto patologia mentale, ma non si presta altrettanto attenzione al soggetto malato.

D. In questo senso si può ricollegare il discorso espresso nel libro attorno alla differenza tra una verità della malattia mentale e una verità sulla malattia?
R. Esattamente, il punto centrale del libro è proprio il voler riflettere attorno allo spostamento della ricerca di verità della malattia mentale alla ricerca di senso della patologia, ovvero un tentativo di riflettere sulle strutture di esistenza della stessa. Il che vuol dire focalizzare il dibattito sia sulle strutture “universali” dei vari disturbi, sia sulle modalità attraverso le quali queste vengono vissute singolarmente dai soggetti. In quest’ottica è doveroso ricordare che ogni persona ha una propria cultura, si trova a far parte di un gruppo, che può essere rappresentato dalla famiglia, da un gruppo sportivo, da una particolare classe professionale ecc., inoltre la stessa può orientare la propria visione del mondo per mezzo di una religione o di credenze personali, le quali si accompagnano spesso alle possibilità economiche e allo status sociale in cui è inserita la medesima persona. Dimenticare queste sfere, quando si fa una diagnosi psichiatrica, rappresenta, secondo me, una maniera di ridurre il soggetto ad oggetto, non prestando realmente cura alla sua sofferenza, che in quanto tale è sempre personale e singolare.


D. La chiave per non ridurre la persona è secondo te il dialogo interdisciplinare?
R. La proposta che avanzo in questo testo è proprio quella di far interagire gli specialisti di settori e materie differenti, poiché in una situazione di cura abbiamo prima di tutto davanti a noi un soggetto con la sua particolare storia di vita. L’ascolto delle differenti soggettività che si presentano davanti a noi dovrebbero portarci a capire che per quanto un professionista sia bravo nel proprio ruolo, egli padroneggia un unico linguaggio, il quale si dimostra in ogni caso limitato e limitante nel tentativo di comprendere la dimensione umana che si presenta in cura. Mi sembra necessario cogliere la nostra utilità verso il soggetto che soffre, ma di pari passo mi sembra necessario riflettere anche sulla nostra limitatezza. Per questo è fondamentale rivolgersi a tutti i saperi sull’uomo i quali,  nella loro parzialità, possono fornire dettagli differenti al terapeuta sulla vita del soggetto tali da adottare posizioni diverse nei confronti di alcune “evidenze” diagnostiche.


D. Questo porta ad una contrapposizione tra riduzionismo ed olismo?
R. Il discorso potrebbe anche essere tradotto totalmente in questi termini, ovvero il passaggio tra il to cure che vuol dire essere in grado di curare dunque di intervenire in maniera puramente tecnica sulla malattia e il to care, che significa prendersi cura in maniera umanistica, ovvero riuscire ad integrare il sapere tecnico-specialistico con l’analisi degli aspetti che donano senso alla dimensione singolare e propria del soggetto che vive ed elabora la crisi prodotta dallo stato patologico.

D. Quindi, secondo te, la sfida maggiore di oggi all’interno dell’intervento terapeutico è costituita dalla costruzione di un dialogo che punti a realizzare una pratica olistica della cura?
R. Penso che ciò che oggi viene chiesto ai medici, in questo caso agli psichiatri, sia uno sforzo enorme e difficilissimo, ovvero quello di comprendere il paziente, dovendo restituire senso e significato al lavoro tecnico che si sta compiendo senza ridurre lo stesso atto alla dimensione espressiva donata dalla sola esecuzione diagnostica. Non è possibile abbandonare i medici a questo durissimo lavoro, ma bisogna aiutarli collaborando con loro e portando le diverse sfaccettature che i nostri differenti saperi, filosofico, economico, giuridico, religioso, psicologico ecc, ci permettono di evidenziare nei soggetti in cura. La sfida che oggi ci attende è quella di riuscire a costruire un dialogo interdisciplinare proficuo che, tenendo conto delle mille variabili che costituiscono una vita singola, possa aiutare sempre di più ad alleviare le sofferenze dei soggetti in cura.

 

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Ciro Pinto: la nuova intervista di Edizioni Psiconline

ciropinto3Ciro Pinto è un autore poliedrico e sensibile, attento osservatore e conoscitore dell’animo umano e L'uomo che correva vicino al mare è sicuramente un libro toccante e profondo.
Un racconto che traduce la complessità del vivere con quella schiettezza che è frutto di profonda esperienza.
Un racconto che nella sua scrittura privilegia la condizione dell’attesa. (Prof.ssa Anna Maria Vitale).
Il romanzo adesso è disponibile anche nella versione Ebook, un'ottima occasione per incontrare di nuovo Ciro Pinto per alcune domande sul suo libro.



ciropinto1Ciro Pinto è nato a Napoli, nel Novembre del 1953, dove tuttora risiede.
È laureato in economia e commercio e proviene dal settore bancario e finanziario, dove ha ricoperto ruoli manageriali in un holding internazionale. Ha vissuto alcuni anni a Bologna e a Firenze.
Dal 2011 ha lasciato l’attività lavorativa e si è dedicato alla scrittura.
I suoi hobby: tennis, palestra, nautica. Appassionato di calcio.
Ha pubblicato i romanzi: Il problema di Ivana, DrawUp, Luglio 2012, che ha ricevuto vari riconoscimenti, tra cui la Menzione Speciale dell’Asso Artisti Nazionale.
L’uomo che correva vicino al mare, ed. Psiconline, Febbraio 2014, secondo posto al I Premio Letterario Nazionale Circe 2013, inediti (primo posto per la Giuria dei lettori); Premio Emotion alla 7^ Edizione del Premio letterario Internazionale Città di Cattolica – Pegasus Literary Awards, 2015, sezione editi.
Gli occhiali di Sara, ed. Tra le righe libri, Marzo 2015, vincitore del Premio Letterario Internazionale Nabokov 2014, sezione inediti.
Subway, di Ciro Pinto e Rossella Gallucci, Psiconline (uscita prevista: inizio  2016), vincitore del II Premio Nazionale Letterario Graffiti Camuni Narrativa, sezione inediti; terzo posto al IX Premio Letterario Internazionale Gaetano Cingari 2014, sezione inediti.
Ha pubblicato la silloge poetica: Di fossato in fossato, di Rossella Gallucci e Ciro Pinto, ed. Octopus, 2015, segnalazione della Giuria al IX Premio Letterario Internazionale Gaetano Cingari 2014, sezione inediti.
Ha scritto numerosi racconti e diverse poesie che hanno vinto premi e sono pubblicati in varie antologie.

 

D.Quando è stato ideato L’uomo che correva vicino al mare e quando hai capito che era pronto per la pubblicazione?
R. Ho scritto L’uomo che correva vicino al mare subito dopo la stesura del mio primo romanzo: Il problema di Ivana, ovvero nei primi mesi del 2012.
Avevo appena finito di scrivere Ivana e mi sentivo svuotato, come succede ogni volta che porti a compimento una creazione. Sentivo il bisogno di staccarmi da quel senso di vuoto che mi riempiva l’anima, allora ho pensato di colmarlo con una nuova avventura.
Provavo anche una strisciante paura di invecchiare: avevo da poco compiuto cinquantotto anni, nel romanzo precedente avevo parlato di giovani, della crisi, della responsabilità della scelta e dell’importanza della coerenza. E d’improvviso mi sono sentito vecchio.
Una miscellanea di suggestioni ha iniziato a macerare nella mente, a quel punto avevo solo una possibilità: scriverne.
L’ho pubblicato con Edizioni Psiconline, che ringrazio ancora per aver creduto nel romanzo, nel febbraio 2014, quando man mano mi stavo staccando da Ivana, pubblicato un anno e mezzo prima.

D. Come è cambiato Ciro Pinto dopo L’uomo che correva vicino al mare, o più precisamente, il romanzo ti ha cambiato?
R.Sì. Ogni esperienza, di qualunque genere, ci cambia. Sono cambiato come uomo e come autore. Come persona sono diventato più ponderato, più consapevole che la vita non è solo un diritto, ma soprattutto un regalo, che va tutelato. Come autore ho imparato tanto dalla stesura de L’uomo, ho imparato a focalizzare il pensiero sulle emozioni, a scavare nelle percezioni e nei sentimenti.

D. Descrivici le caratteristiche del personaggio principale e anche delle altre figure che ruotano intorno al protagonista.
R. Giorgio Perna è un uomo del nostro tempo, decisionista, determinato e concreto. Ha principi saldi e un forte senso della famiglia. È un pianificatore, un uomo che crede nel lavoro e nel successo. La sua sensibilità viene a volte sommersa dalla smania di progettare, a tal punto da non riuscire a capire fino in fondo le persone che ama e che lo amano. Gli altri personaggi si delineano di riflesso nei rapporti che hanno con lui. Elena, la madre, icona dell’affetto e dell’istinto di protezione che ogni mamma ha verso le sue creature. Il padre, Umberto, uomo sensibile e sognatore, vive solo per la sua pittura. Poi, con la morte della moglie, si sentirà colpevole e si dedicherà soltanto al lavoro e all’educazione di Giorgio. Ma solo dopo molti anni il protagonista vivrà il dolore della perdita del padre e comprenderà la portata del suo dramma. La moglie, Eva, rappresenta per lui la meta, il patrimonio più importante della sua esistenza. Il suo equilibrio, la sua saggezza sono i fari che illuminano il percorso della sua vita. Paola, la figlia, rappresenta la forza, la tenacia e la dolcezza, tutte doti che solo una donna riesce a mettere assieme.

D. A quale di questi ti senti più vicino? C’è qualcosa di autobiografico nei personaggi o nelle vicende dei protagonisti?
R. Direi a Giorgio, anche se mi piacerebbe tanto essere più vicino a Paola. Chi scrive mette sempre qualcosa di sé nei suoi scritti, ma non è necessariamente soltanto quello che scrive. Non c’è nulla di autobiografico, forse le paure. Quelle che ti possono assalire all’improvviso, come la paura della malattia, della morte.


D. Chi è Giorgio Perna?
R. È un uomo come tutti noi, che porta l’enorme fardello del dramma che segna ogni esistenza: l’incoscienza di pensare e progettare senza limiti di tempo e la terribile consapevolezza che il nostro tempo è a scadenza, che la vita non è eterna.

D. Il romanzo è stato pubblicato più di un anno fa, cambieresti qualcosa?
R. Dopo L’uomo che correva vicino al mare ho scritto Gli occhiali di Sara, pubblicato ad Aprile di quest’anno, e che mi sta dando tante soddisfazioni; ho scritto un altro romanzo: Subway, insieme a Rossella Gallucci, previsto in uscita nel 2016, proprio con Psiconline.
Ho scritto due sillogi, sempre a quattro mani con la Gallucci, Di fossato in fossato, pubblicata nel marzo di quest’anno, e Viversi, ancora inedita. Ho una serie di racconti raccolti in un’antologia ancora inedita: Five. Ho scritto tanto, dunque, e scrivere fa arricchire e migliorare come uomo e come scrittore. Alla luce di queste esperienze, se scrivessi adesso L’uomo, forse il risultato potrebbe essere leggermente diverso, ma non sarebbe giusto. Penso che ogni percorso sia formato da tappe irrinunciabili e fondamentali per la crescita personale e professionale. E, ad ogni modo, non cambierei nulla de L’uomo, perché rappresenta un preciso momento creativo che non può essere inquinato da interventi successivi.

D. Perché il mare è sempre presente e accompagna tutto il racconto? Perché ambientare il racconto in luoghi dove è presente il mare? Cosa rappresenta per te?
R. Il mare è tutto. È il flusso perenne della vita che ridonda rispetto alla fissità della terra, come il nostro cuore che batte incessantemente anche se restiamo immobili. È sinonimo di libertà perché puoi abbracciarlo con lo sguardo nonostante la sua vastità. È catarsi, purificazione, perché l’acqua purifica, scava, svuota.

D. Ricorre spesso il ricordo della madre del protagonista, perché è sempre presente questa figura?
R. Perché la mamma per ogni uomo, precisamente per ogni maschio, rappresenta il porto sicuro, l’ancestrale protezione dal mondo. Come se il pensiero della mamma possa perpetuare l’alveolo dolce e sicuro del grembo, possa riprodurre quella placenta che ci ha nutrito, possa ricollegarci al cordone ombelicale come a un elastico magico, capace di salvarci dalle brutture della vita.

D. C’è un collegamento tra la sofferenza che Giorgio Perna prova per la morte della madre e quella per la moglie? Perché hai accomunato queste due figure da un destino simile cioè una morte prematura che sconvolge la vita del protagonista?
R. Beh, la madre muore a poco più di trent’anni, la moglie ne ha quasi sessanta. Piuttosto, l’assioma è che il protagonista con la perdita della moglie rievoca il dolore per la perdita dei genitori, e della madre soprattutto. Forse perché Giorgio, alla soglia dei sessant’anni, riesce a concepire l’idea della morte finalmente in senso compiuto.

D. Cosa hai da dire a chi non l’ha ancora letto e adesso ha la possibilità di averlo in ebook?
R. Che se ama la lettura digitale più di quella sulla carta, allora è il momento giusto per leggere il mio romanzo.




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Si può imparare ad essere assertivi? Lo chiediamo a Federica Curzi

FEDERICACURZI2Conoscersi meglio. Consapevolezza e assertività di Federica Curzi è in libreria, intervistiamo l'autrice per comprendere meglio il suo libro e per avere risposte a molte domande che nascono dalla lettura del testo.
Cosa significa assertività? Si può imparare ad essere assertivi, ad essere consapevoli di sé e degli altri, rispettosi di se stessi e allo stesso tempo delle altre persone, positivi, con una buona capacità comunicativa e una forte serenità di fondo?

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Psicosomatica e Psicologia della Salute: intervista a Giovanni Garufi Bozza

copertina la torre di igeaLa Torre di Igea. Psicosomatica e psicologia della salute a cura di Giovanni Garufi Bozza è un testo nato dalle tesine d’esame degli allievi del primo anno di scuola del corso di Psicologia della Salute di Roma, con sede a Orvieto e vuole essere un’occasione di riflessione su questa area psicologica. A pochi giorni dalla sua uscita in libreria intervistiamo Giovanni Garufi Bozza.


D. Il libro si occupa di psicologia positiva, a chi potrebbe interessare la psicologia positiva?
R. Più che di psicologia positiva parlerei di Psicologia della Salute, che è il suo
nome riconosciuto internazionalmente.
Riteniamo possa interessare tanto ai professionisti quanto ai non professionisti. È un approccio che mette al centro il ben-essere personale e il miglioramento della qualità della vita. In tal senso si vedono le risorse di individui e i contesti, si esce dal modello malattia (il dominio di Panacea) e si entra nel modello salute, territorio di Igea. Si esce dall’idea della prevenzione, che implica comunque la presenza di un danno da evitare, e si entra in quella della promozione, che centra l’attenzione sulle potenzialità del singolo e del contesto.
Può dunque essere uno stimolo di riflessone importante per il professionista psicologo e psicoterapeuta, quanto per il “non addetto ai lavori” che voglia promuovere il proprio benessere e scoprire un approccio psicologico che si distanzia dalle idee diffuse nel senso comune sulla psicologia.

Garufi Bozza 2D. È un libro scritto a più mani dai corsisti della Scuola di Specializzazione, non potrebbe risentire di questo e mancare di unitarietà nell'impostazione complessiva?
R. Rispondiamo con una battuta: siamo molto affezionati alle teorie sul campo morfogenetico di Sheldrake e avendo percorso cinque anni di formazione assieme è difficile che l’inconscio collettivo non abbia creato saldi legami tra noi e tra quanto abbiamo scritto.
I focus centrali sono la psicosomatica e la psicologia della salute, ben presentate dalle prefazioni del Professor Bertini e del Professor Solano, e la base teorica è comune. Ognuno poi ha approfondito un aspetto che lo aveva particolarmente interessato.
Il lettore potrà avere l’idea di partire da uno stagno comune verso l’esplorazione di diversi mari. Finita l’esplorazione si torna a casa, al proprio stagno, alla propria torre (di Igea), e si racconta la propria esperienza in un dialogo multi-voce.

D. Nella prefazione vi rivolgete ad un pubblico particolarmente vasto, anche di non specialisti. È una indicazione corretta oppure il libro è interessante solo per chi si occupa di questa materia?
R. È un’indicazione corretta. Personalmente ho inserito riflessioni sulla psicologia della salute anche nei romanzi che ho pubblicato. Ho notato un grande interesse dei lettori sull’argomento e su un modo diverso di concepire la psicologia, come scienza delle relazioni. Oggi c’è fame di psicologia, e se è un bene da un lato, c’è anche il rischio di diffusione di concetti e professionalità iatrogeni. Pensiamo ai counseling condotti da persone non laureate in psicologia, o alle costellazioni familiari dove chiunque può diventare terapeuta. Oltre a ciò, sopravvive nel senso comune il pregiudizio sullo psicologo, come colui che cura la malattia mentale, o si tende a confondere la psicologia con le teorie freudiane. Non è un caso che abbia scelto il lapsus come argomento. In tal senso, essendo anche di facile lettura, può diventare divulgativo, sempre che non spaventi la voluminosità. Magari in futuro penseremo a un bignami della psicologia della salute. Immagino già il titolo di stampo commerciale, Le dieci cose di Igea che ti cambieranno la vita.

D. La pluralità delle voci (degli scritti) presenti può consentire una migliore comprensione della psicologia positiva e quindi un maggior interesse da parte dei lettori?
R. Riteniamo di sì, abbiamo scelto uno stile a metà tra il saggistico e il divulgativo.


D. L'idea di fondo del volume è quella di consentire un approccio che migliori la vita delle persone, pensa che davvero sia possibile farlo, agendo a livello individuale e non sull'intera società?

R. Penso sia possibile se si assume, come proposto nel testo, un approccio bio-psico-sociale, che coinvolge dunque anche il contesto di vita delle persone. Abbiamo nei nostri contesti più risorse di quanto pensiamo e supponiamo di avere, il più delle volte basta ri-attivare o mettere in relazione quello che già abbiamo attorno, più che cercare nuove risorse. Poi un livello non esclude l’altro, ma riteniamo che grossi cambiamenti societari siano presso che inutili se non si parte dal livello individuale. È il perenne scontro tra una visione bottom-up o top-down.

D. Quanto potrebbe essere interessante per la classe medica leggere un libro di questo genere?
R. Molto. Negli ultimi anni la nostra scuola ha avviato un’intensa sperimentazione per l’introduzione della figura dello psicologo di base accanto al medico di medicina generale. I risultati sono importanti e significativi, non da ultimo la soddisfazione dei medici nel vedere migliorato il loro lavoro. Molto dipende dall’aver preso coscienza che l’individuo è un unicum mente e corpo e sul sintomo agiscono emozioni, relazioni, stili di vita e storia di esperienze. Per l’appunto, una serie di cause bio-psico-sociali. In tal senso il libro può essere utilissimo.

D. Perché è così difficile per i medici comprendere la profonda sinergia che esiste tra mente e corpo?
R. Probabilmente per la loro formazione, che ovviamente e giustamente dà una forte prevalenza al livello biologico e farmacolgico. Ma siamo sicuri che anche noi psicologi la possiamo comprendere appieno? Non manca anche a noi una formazione al livello dei processi corporei? Non siamo limitati anche noi a comprendere appieno la sinergia? Pensiamo che la risposta sia affermativa, e non potendo formare tutti i medici alla psicologia e tutti gli psicologi alla medicina di base, ben vengano tutti i limiti e le risorse delle formazioni diverse, purché siano messe in co-presenza al livello delle cure primarie, così da accogliere l’individuo nella sua totalità. A ben vedere, la letteratura dà per consolidata la sinergia mente e corpo, ma a livello pratico è ancora lontana l’effettiva integrazione dei due livelli. C’è una co-locazione, non una integrazione.


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Esiste il partner ideale o è solo un'utopia? Intervista a Raffaele Renna autore de Il codice segreto dell'amore

raffaele renna2Il codice segreto dell'amore affronta un tema molto discusso e controverso quale quello dell'innamoramento e dell'amore.
Ci innamoriamo tutti di un modello ideale di partner (e di bellezza).Ognuno ha il suo modello, è in sé perfetto, rimane a livello inconscio, è introvabile nella realtà (ciò comporta problemi e rischi) e per di più ci somiglia.
Il nostro partner ideale esiste davvero o è un'utopia? Quando e come nasce l'amore? Il colpo di fulmine esiste?


 

Intervistiamo Raffaele Renna, per avere risposte ai tanti interrogativi sull'amore, sul partner ideale e sull'innamoramento.

 

RAFFAELE RENNA 2D. Un testo davvero originale, adesso anche in ebook. Quando e come ha concepito questo lavoro?
R. Fin dalla nascita ho avuto un particolare spirito riflessivo e, dentro di me, è rimasto sempre il bambino che chiede alla mamma i tanti “perché” legati alla vita. Ad esempio, quando ho notato che le donne di cui mi innamoravo avevano “qualcosa” in comune (e non solo affinità somatiche), mi è venuta la voglia di indagare sul fenomeno; a maggior ragione quando poi ho scoperto che non riguardava solo me.

D. Si può considerare un manuale?
R. Visti i risultati finali di questi studi, riguardanti le problematiche interne ed esterne
della coppia, il libro è diventato anche un manuale, considerando pure che il 40% delle coppie o si separa o divorzia (e il restante 60% non è che se la passi così bene). Non a caso concludo affermando che la scelta del partner è sempre da considerare un azzardo, una scommessa che però va fatta ed è necessaria.

D. A chi è rivolto?
R. Se l’amore coinvolge tutti, è ovvio che il libro è rivolto a tutti e a tutte le età. In particolare mi rivolgo ai preadolescenti e adolescenti, perché quella è la fase dell’età evolutiva in cui maggiormente va compreso il fenomeno dell’attrazione verso “l’altro” sesso, anche per dare un nome a quelli che possono essere i veri sentimenti nei confronti del potenziale partner. Tra l’altro, è la fase di crescita psico-fisica in cui si matura il proprio sé sessuale/corporeo attraverso il rapporto (un buon rapporto dico io) tra il maschio e la femmina. E questo rapporto (particolare che sfugge ai più) si determina sia tra noi e gli altri, sia all’interno di noi stessi.

D. Il codice segreto dell'amore. L'utopia del partner ideale. Perché questo titolo?
R. Il titolo sta a indicare che ognuno di noi ha una mente strutturata e programmata per innamorarsi di una determinata categoria di persone, ovvero di un certo modello ideale di partner, il quale risulta essere unico, individuale e insostituibile, come se fosse appunto un codice personale di cui non si è consapevoli. E per questo è segreto. Il partner ideale rimane però un’utopia, perché nella realtà non può esistere. Non può esistere, in quanto la mente si attende (e pretende), inconsciamente, sempre la perfezione e una bellezza assolute.

D. Ci parli degli studi che hanno dato vita al suo volume.
R. Sono partito dal fenomeno della somiglianza tra i partner delle coppie, da quelle più famose a quelle più comuni della porta affianco, passando per quelle storie di migliaia di ragazzi e ragazze delle scuole in cui ho insegnato, e non solo, testando anche intere classi campione che danno validità scientifica alle intuizioni e agli assunti di partenza. Il problema era trovare un sistema di misurazioni su vasta scala valido in termini statistici, che alla luce dei risultati si può chiamare biometrico.

D. Cosa è l'amore? E la bellezza?
R. Constatato e verificato il fenomeno delle somiglianze, bisognava capire se bastasse questo fattore a farci innamorare. Ossia: io mi sono innamorato di mia moglie (e viceversa) perché semplicemente somigliamo (nelle vedute, nelle scelte, negli ideali, somaticamente ecc.) o c’è qualcos’altro sotto? Bene è risultato evidente che non basta il fattore somiglianza psico-somato-caratteriale (tra l’altro da chiarire bene). Anzi, tale componente è “subordinata” a un altro fattore che, a ragion veduta, ha una rilevanza addirittura cosmica. Si tratta del fattore BELLEZZA. Come si percepisce la bellezza? Ho preso in considerazione gli studi, ormai millenari, dei parametri di proporzione e di armonia compiuti da scienziati, matematici e artisti, i quali hanno notato una costante geometrico-matematica che ci accomuna tutti nel condividere un senso oggettivo della bellezza. Leonardo da Vinci la chiamò SEZIONE AUREA. Ho preso poi questo valore e ne ho fatto un parametro comparativo e di riferimento tra i vari volti che ho studiato. Chiedendo, in secondo luogo, a migliaia di persone (ai miei studenti liceali in primis) quali fossero i propri idoli della musica, del cinema ecc., ho constatato che tra questi idoli e i volti dei relativi fans ci sono delle affinità somatiche, prima ancora che caratteriali, almeno per come gli idoli vengono immaginati dagli stessi fans che li scelgono. Non a caso, si tratta sempre di personaggi molto famosi che si immaginano come idilliaci, perfetti, bellissimi, eroici e quant’altro.

D. Quando nasce l'amore?
R. L’amore è appunto il richiamo forte e inconscio a questo archetipo, soggettivo e oggettivo insieme, della bellezza attesa e percepita che ci caratterizza in quanto modello a nostro avviso vincente su tutti gli altri, che ci fa sentire gratificati, realizzati, pur nella infinita varietà di livelli. Il parametro della perfezione rimane sempre quello, ma cambiano i modelli: a ognuno il suo, pronto a incontrare il partner giusto che risponda alle nostre “esigenze”. Obiettivo il sublime, quell’irraggiungibile sublime.

D. Di chi e di che cosa ci innamoriamo e perché ci innamoriamo?
R. Per quanto riguarda il partner, ci innamoriamo del maschile e del femminile che ci
manca per completare l’unità primigenia idealizzata da cui proveniamo e di cui ognuno di noi è espressione. Per quanto concerne tutto il resto, ci innamoriamo delle cose con le quali ci identifichiamo e che ci aiutano ad essere ciò per cui siamo nati e su cui sviluppiamo il nostro personale talento.

D. E il colpo di fulmine esiste?
R. Non solo esiste, a variegati livelli, ma rappresenta un segnale, un’indicazione più o meno significativa da parte della nostra mente inconscia. Se mi giro di scatto nel vedere una bella donna al supermercato, evidentemente il mio cervello vuole investire delle energie e rileva inconsciamente degli aspetti interessanti di quella persona, immaginandola poi dentro secondo i propri desideri e le proprie attese.

D. Il proprio modello ideale di partner può cambiare, anche col passare degli anni, o rimane immutato per sempre?
R. Fondamentalmente il proprio modello ideale di partner non cambia mai, ma può solo subire degli adeguamenti, in relazione alle esperienze positive e negative che si hanno sul campo. Infatti, la scoperta di questo studio è proprio questa: “Si nasce e si muore con lo stesso modello ideale, come dimostrano, per altre vie, i tantissimi casi di G.S.A. in cui fratelli e sorelle, adottati alla nascita da famiglie diverse, in età adulta incontrandosi casualmente si innamorano pazzescamente. Ciò succede nel 50% dei casi, una percentuale che da sola dimostra il mio assunto teorico, e cioè che noi nasciamo già predisposti ad essere attratti da persone e cose che abbiano affinità con il nostro mondo idealizzato, un mondo di cui noi stessi siamo espressione imperfetta. Per questo motivo, tutto quello che scegliamo ci assomiglia in qualche modo, dall’automobile al partner, dalla musica ai libri, fino al modello di cellulare.

D. Perché conoscere le radici nascoste dell'innamoramento?
R. Conoscere il proprio codice nascosto dell’amore aiuta a comprenderci fino in fondo e a dare un significato e un senso alla nostra vita.

D. Si può affermare che si è in un certo senso predisposti per l'amore e soprattutto per l'amore duraturo?
R. Siamo predisposti per l’amore e soprattutto per l’amore duraturo e lo assecondiamo in funzione a quello che troviamo nel partner, soprattutto in termini qualitativi, rispetto al modello sognato. Il problema è che, anche nei casi più fortunati, non si è mai soddisfatti al 100%, aggiungendovi, tra le cause, le modifiche somato-caratteriali cui ognuno di noi va incontro con l’avanzare dell’età.

 

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Come sta cambiando la comunicazione medico-paziente? Lo chiediamo a Roberta De Bellis autrice del volume "Dalla malattia al paziente"

roberta de bellisDalla  malattia al paziente di Roberta De Bellis nella collana Ricerche e contributi in Psicologia, propone un nuovo modello di comunicazione medico-paziente evidenziando come sia possibile analizzare e valutare gli aspetti comunicativi nella relazione medico-paziente. La “medicina centrata sul paziente” implica una prospettiva in cui il malato è al centro dell’attenzione ed è protagonista.


Come e perché nasce questo volume e come si svolge il colloquio clinico nel modello centrato sul paziente? Per conoscere meglio "Dalla malattia al paziente" abbiamo intervistato Roberta De Bellis.

Roberta De Bellis, nata a Taranto  nel 1975, è Psicologa clinica, Psicoterapeuta e Consulente per il Tribunale di Busto Arsizio nell’ambito del Diritto di Famiglia.
Si occupa di consulenze e perizie relative alla valutazione dell’idoneità genitoriale e dell’affiamento dei minori, del danno psicologico e stalking. Si occupa di valutazione del danno cognitivo in relazione ad alcune malattie degenerative.
Attualmente svolge privatamente la sua professione di psicoterapeuta a Gallarate (VA).
È impegnata da 5 anni nell’Associazione Filo Rosa Auser, che si occupa di prevenzione e tutela delle vittime di maltrattamento domestico.
Svolge inoltre attività formativa

D. Qual è lo scopo di questo lavoro?
R.
Lo scopo del lavoro è mirato ad ampliare la visione della relazione che intercorre tra medico e paziente incentrata prevalentemente sul concetto di malattia quindi sintomo, focalizzando l'attenzione invece sul VISSUTO, sulla PERCEZIONE della malattia da parte dello stesso paziente, unico portatore di sofferenza. Il medesimo lavoro vuole rappresentare pertanto una linea guida teorica e pratica su come articolare una comunicazione efficace tra medico e paziente orientata a cogliere i segnali di malessere legati alla personale condizione di salute; questo rappresenta un presupposto necessario per instaurare un'adeguata alleanza terapeutica che permetta anche un'adesione da parte del malato ad eventuali trattamenti di cura.

 D. Quando e come nasce questo volume?
R. Questo volume nasce sulla scia di una precedente ricerca svolta a cavallo del periodo della mia specializzazione post lauream in Psicologia Clinica e motivata dall'esigenza concettuale ed operativa di trovare adeguati strumenti comunicativi che possano essere sfruttati dagli operatori della salute ed orientati maggiormente su un modello maggiormente "centrato sul paziente".
Una relazione terapeutica efficace tra il medico e il paziente necessita ad oggi del superamento del vecchio modello incentrato sulla malattia che non tiene conto della persona nella sua totalità.


D. A chi è rivolto?
R. Il presente lavoro è sicuramente rivolto a tutti gli operatori della salute ma potrebbe essere anche rivolto a persone non addette ai lavori che in veste di pazienti si saranno trovate ad interagire almeno una volta nella loro vita con un medico. Il valutare infatti l'adeguatezza o la generica "bravura" del medesimo medico in questione dipende tanto da come lo stesso si pone a livello comunicativo con il paziente, cosa è stato in grado di trasmettergli e soprattutto COME ha trasmesso informazioni delicate come quelle relative alla personale condizione di salute.

D.Le differenze fondamentali tra il modello desease centered e il modello patient centered.
R. Il “modello centrato sulla malattia”, su cui fino ad ora si è basata gran parte della medicina tradizionale, fonda i suoi presupposti teorici e pratici sull’individuazione da parte del medico dei sintomi che un paziente manifesta, la possibile associazione causa-effetto paziente attraverso alcuni strumenti.
Il “modello centrato sul paziente” attribuisce grande importanza alla dimensione umana della relazione; è un modello che promuove il “prendersi cura della persona malata” e considera il paziente protagonista della sua salute.

D. Quando viene introdotto per la prima volta il modello incentrato sul paziente?
R. Già a partire dagli '50 Balint aveva introdotto un modello che poneva sulla persona, sottolineando l'aspetto del riduzionismo biologico che contraddistingue invece la medicina classica.

D. Quanta apertura c'è da parte del personale medico ad adottare un metodo incentrato sul paziente e non solo sulla malattia?
R. Il personale medico ad oggi sta sempre maggiormente ampliando la personale visione rendendosi conto dei limiti legati ad un modello centrato solo sulla malattia che deriva soprattutto dalla richiesta ALTRA che i pazienti pongono quando si sottopongono ad una visita medica. Gli stessi richiedono non solo trattamenti farmacologici che curino i sintomi bensì umanamente richiedono comprensione, ascolto attivo, empatia che fino ad ora non sono stati presuppositi della vecchia medicina tradizionale.

D. Analizzare il vissuto del paziente durante la visita vuol dire indagare quattro categorie cioè i sentimenti del paziente, la paura dell’essere malato; le idee e le interpretazioni relativamente a ciò che non funziona; le aspettative e i desideri riguardo a ciò che dovrebbe essere fatto e infine il contesto familiare, sociale e lavorativo. Quanto è frequente oggi un approccio di questo tipo?
R. L'approccio orientato a cogliere i segnali emotivi dei pazienti legati alla propria condizione di salute sta divenendo una condizione necessaria ed assunta sempre più in considerazione da parte del personale medico. Si può affermare che nonostante qualcuno resti fedele all'antica tradizione della medicina e quindi si limiti a somministrare farmaci passivamente non considerando l'aspetto più importante che è quello umano, il modello centrato sul paziente sta divenendo una necessità da parte dello stesso operatore della salute qualora voglia realmente aiutare e guidare il proprio paziente verso una guarigione. Non si può non sottolineare a tale proposito come il benessere psicofisico derivi da un adeguato funzionamento della mente e del corpo e come queste due entità siano interrelate tra loro.

D. Come si svolge il colloquio clinico nel modello centrato sul paziente?
R. Il colloquio orientato su un modello incentrato sul paziente prevede l'acquisizione di competenze comunicative specifiche da parte del medico atte a rilevare aspetti significativi della condizione psicologica che lo stesso paziente sta vivendo in relazione alla propria malattia. Alcuni esempi sono:
nella fase di RACCOLTA DELLE INFORMAZIONI, il medico attraverso le cosiddette active listening skills, incoraggerà il paziente ad esprimere le sue preoccupazioni e il suo stato emotivo relativi alla situazione che vive; è molto utile poiché consente allo stesso di parlare del problema che ha portato in visita con il suo linguaggio.
Altresì in altri momenti del colloquio (fase della restituzione delle informazioni) metterà in atto altre strategie mirate soprattutto a stabilire un'adeguata compliance e relazione terapeutica empatica con il paziente.

D. Quali evoluzioni ha subito il modello incentrato sul paziente?
R. Il modello centrato sul paziente ha subìto nel corso degli anni evoluzioni: i medici che lo abbracciano hanno tentato di costruire e mettere in pratica i colloqui clinici focalizzando sempre più l’attenzione sul paziente piuttosto che sulla malattia.Quindi si può affermare che gradualmente ci si stia avvicinando maggiormente ad un nuova cultura della "cura" della persona, che sta divenendo il centro focale del suo stesso problema.

D. Il modello centrato sul paziente può sostituire il primo incentrato
sulla malattia?
R. L'ipotesi non prevede la sostituzione di un modello bensì l'integrazione di due modelli ugualmente indispensabili nella cura e nel trattamento di una persona portatrice di una malattia e di una annessa sofferenza psichica.

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Parliamo di Scuola e Formazione dei giovani con Elia Rubino autore de "I toni dell'azzurro"

Cop Toni azzurroIntervistiamo Elia Rubino poche settimane dopo la pubblicazione in formato Ebook del suo libro "I toni dell'azzurro. Scuola e formazione personale dei giovani".
I toni dell’azzurro è un’autocritica serrata alla scuola, alla sua educazione, ma anche all’essere ed al divenire umani.


È un invito all’autoriflessione, sia per chi opera come insegnante, ma anche per gli studenti, affinché sappiano prendere dalla scuola tutto il nutrimento intellettivo utile a costruire il loro futuro.
Elia Rubino non solo affronta un tema così delicato, ma lo fa con uno stile diretto e leggero, che rende la lettura fluida, come lo è un pensiero quando si articola nella nostra mente, impreziosito da spunti di una cultura che egli trasforma in messaggi e linee guida per la vita presente e futura.

Ringraziamo Elia Rubino per averci consentito di pubblicare questa interessante intervista che consideriamo un utile contributo ricco di spunti di riflessione.

D. “I toni dell’azzurro” e la formazione dei giovani: come si accostano questi due mondi così lontani?
R. Nelle pedagogie delle "scuole nuove" ( e siamo nel '900) l'istituzione scuola, grigia e noiosa, cede il posto a Summerhill, la casa dei bambini e a tante altre architetture dell'educazione in cui al centro c'è la persona umana nelle sue relazioni, nella voglia di scoperta,  di curiosità e di autocostruzione del sé. Insomma una scuola dove non ci sia solo un colore ma tante tonalità da  ricercare e vivere insieme.

D. Da dove nasce l’idea di parlare della scuola, in modo tanto “rivoluzionario”?
R. Rivoluzionario? Non direi. Realistico. La scuola italiana, come tutto il sistema, è profondamente malata: soffre di una letargite acuta che non pone nulla al passo con i tempi. È come se io pretendessi di costruire la "Cinquecento" ( facciamo un po' di pubblicità al Made in Italy) con le stesse tecnologie di cento anni fa. Il risultato sarebbe desueto ed antiquato e, soprattutto invendibile: come del resto è la scuola italiana, classificata sempre agli ultimi posti nella classifica annuale OCSE.

D. Perché ha scelto questo stile “amichevole” ed umoristico per trattare argomenti complessi? Non ha paura di non essere preso sul serio?
R."Un direttore di teatro si presenta tutto trafelato sulla scena per avvertire il pubblico che è scoppiato un incendio. Gli spettatori, però, credono che la sua comparsa faccia parte della farsa che si stanno godendo: e così quanto più quello urla, tanto più forte si leva il loro applauso". L'aforisma kierkeegardiano  ben risponde alla sua sottile domanda. A volte la vita non va presa sul serio, va giocata, come diceva Baden Powell, fino in fondo, oppure, se preferisce, va testimoniata con serenità, secondo l'eredità che ci ha lasciato Socrate. Del resto c'è un'intera classe politica in giacca e cravatta che ogni giorno ci prende in giro in politichese tra leggi e dibattiti, tutti seri! Io ho trascorso 26 anni nella scuola italiana e ne ho viste di tutti i colori ( a proposito dell'azzurro); ho vissuto esperienze  stupende e pioneristiche a livello umano e didattico, sempre con il sorriso sulle labbra,  al fianco di presidi e colleghi  amabili e preparati. In questi ultimi anni, al contrario, ho sperimentato il fallimento e la solitudine e, realmente, mi sono sentito una Cassandra, anche se, purtroppo, i fatti confermano la deriva di questo nostro contesto sociale.


D.Lei ci parla della sua esperienza diretta: non sarebbe stato il caso di integrare con altre osservazioni o, comunque, di indagare anche in altri contesti e con altri colleghi?
R. Il mio non è un "trattato pedagogico", quanto una denuncia, seppur con toni leggeri, di un malessere che certamente non è solo mio ma anche di studenti, colleghi ( quelli "allegri" come me) e genitori.  Quando  vedo i ragazzi sofferenti e distratti  mi sento realmente male e non capisco perché una realtà così evidente: una scuola noiosa ed inadeguata ai tempi, sfugga a tutti. Vedo "colleghi" spiegare e spiegare per ore, dettare  appunti, compiacersi delle proprie lezioni  frontali,  compunti nella "valutazione fiscale", mentre gli studenti continuano a dormire sui banchi. Certo non tutte le scuole sono uguali, ma le statistiche si fanno con i grandi numeri e di certo la scuola italiana  sta soffrendo. Insomma "i toni dell'azzurro " è un modo ironico  per confermare quello che trovai scritto sul diario di uno studente: "la scuola e come una P...: tutti ci vanno ma nessuno la ama!"


D. Vorrebbe spiegarci meglio quale potrebbe essere un approccio proficuo all’apprendimento da parte della scuola, sia per quel che riguarda gli insegnanti, che gli studenti?
R. Alcuni (pochi in verità) professori che hanno letto la mia riflessioni mi hanno chiesto: perché non espliciti in modo scientifico il "tuo" modello educativo? Potrebbe essere un'idea, ma anocor più sarebbe meglio sperimentare, da parte di una equipe, quello che dico. Eppure nihil sub sole novi: Basta "sincretizzare"  i modelli scientifici delle attuali tecniche dell'educazione e il gioco è fatto. Ancor più semplicemente, basterebbe "osservare" i modelli nord europei per  trovare adeguate soluzioni. Del resto l'Italia non è in Europa? e cosa abbiamo tratto da  questo essere Europa? A me sembra nulla: ci sono modelli funzionali nel campo educativo, giuridico, economico, sanitario, ma noi facciamo finta di niente e continuiamo ad andare... indietro. Del resto i contenuti della scuola italiana sono quelli dei primi del Novecento... e la metodologia? quella si ferma alla seconda metà dell'Ottocento, al così detto frontalismo: SPIEGARE-INTERROGARE-ANDARE AVANTI COL PROGRAMMA.... Tutto il resto è....noia. Certo è, lo ripeto, che non tutte le scuole sono così: ci sono avanguardie pedagogiche in italia (dalle scuole Montessori a quelle di Malaguzzi) che realmente danno il senso di approcci pedagogici centrati sulla persona. E lo Stato italiano perché non recepisce? Semplice: ad una classe politica del genere può corrispondere solo un "popolo anestetizzato", incapace di reagire come  comunità ad un sistema  di sfruttamento sociale. Siamo in uno stato di "sonno intellettuale" e nessun movimento culturale  riesce a rispondere  ai soprusi  a cui siamo sottoposti ogni giorno. Tasse, ingiustizie,  malasanità, ecomafia... mali sociali che ci avvolgono ma non riescono a svegliarci. del resto "panem et circenses" è garantito per tutti e così: "sta bene Rocco, sta bene tutta la Rocca!"

D. Dallo scritto si evince una forte critica rivolta, per lo più, al corpo docente o, se vogliamo, organizzativo, dell’istruzione scolastica. Cosa si sente di dire, invece, sul comportamento degli alunni? Non crede che si stia parlando di uno scambio formativo e, come tale, che anche il corpo studentesco abbia la sua parte?
R. Quando una squadra di calcio non fa goal chi è il primo a saltare? L'allenatore! Partendo dal fatto che io non critico nessuno, cerco solo di chiedermi come mai non ci sia una reazione reale da parte dei professori: mal selezionati, mal pagati, mal considerati, continuano a piangersi addosso o a paventare  agitazioni che non vanno ad intaccare nessun interesse reale. Una volta mi venne da dire: organizziamo uno sciopero della fame e accampiamoci sulle principali arterie della città... Sorrisi di tutti e... punto e a capo. Mi chiedo: come sono selezionati i professori  in altre zone d'Europa? Come sono pagati? Qual è il loro peso sociale? Se devo andare a  prestare servizio nell'esercito la prima selezione è quella psico-attitudinale. Nei "concorsi  a cattedra" che tipo di selezione abbiamo? (io ho avuto la s-fortuna di  essere nominato commissario per i  due scorsi concorsi a cattedra). Ebbene non c'è traccia di una possibile selezione per attitudine alla formazione dei giovani: capacità comunicativa, attitudine all'ascolto delle problematiche, capacità di coinvolgimento... Per non parlare della selezione dei "dirigenti scolastici". In un'azienda privata, ne sono convinto, i cosiddetti  dirigenti non passerebbero nemmeno la prova attitudinale. Insomma lo Stato italiano scimmiotta il modello manageriale in ambito scolastico ma non ne adotta il cuore:  la selezione  attitudinale. Le sorelle Agazzi avvisavano le aspiranti maestre: l'insegnamento è una vocazione, non un mestiere!
In questo bailamme gli studenti chi sono? Paragoniamoli a calciatori, ognuno con una innegabile potenzialità, spesso nascosta e addormentata in un angolo remoto del cervello. Senza voler scomodare il buon Froebel, gli alunni sono  come seme, ognuno sboccerà, grazie alla guida  del giardiniere... MA il giardiniere sa che non potranno essere tutte rose, ogni  seme nasconde un fiore diverso! Ultimo esempio. Se lei  decide di andare in palestra con l'obiettivo di dimagrire e  sborsa fior di euro, pretende dal "personal trainer" di ottenere un risultato? Certo che sì... eh, mi si potrebbe obiettare, ma i ragazzi non sono motivati, sono distratti, assenti... Chiaro, ma anche nel caso della persona che va in palestra può accadere lo tesso e, di conseguenza il trainer, con specifiche tecniche "motiva" supporta e stimola , arrivando ad ottenere  risultati scientificamente provati. Qua non si tratta di addossare colpe, si tratta, al contrario, di ammettere che  le tecnologie educative esistono, ma non sono  né studiate né tantomeno applicate.

D. Crede che un cambiamento come quello da lei augurato sia possibile al giorno d’oggi?
R.
Ottimismo pedagogico il mio? Non saprei. A me sembra che abbiamo la necessità di cambiare, e non solo nel contesto scolastico. Un eco sistema completamente devastato,  mancanza di valori, disequilibri economici: questo è il mondo che stiamo consegnando ai  giovani. Per chi crede nei cicli cosmici, il Kalpa induista, la soluzione è semplice... Ci sarà un periodo di distruzione e poi di ri-creazione. Senza essere così catastrofici ci sembra necessario, e tutti lo stanno predicando, un cambiamento radicale e tutto questo può essere suscitato solo da un  sistema educativo nuovo: la polis è possibile se fin da piccoli si è educati  a vivere in una polis. Se pensiamo alla politica sull'immigrazione italiana ci rendiamo conto del paradosso messo in atto: accogliamo (come è giusto che sia), ma in maniera approssimata ed indiscriminata e poi? Non seguiamo  gli immigrati, non garantiamo loro nulla, non li educhiamo e... sforniamo nuovi fenomeni di delinquenza e di devianza. Non sarebbe meno dispendioso  educarli ad una vita  comune, garantendo loro i diritti fondamentali, come  fa il resto dell'Europa. Ma si sa, l'Italia è il paese di Pulcinella....

D.Cosa si aspetterebbe da questa scuola nuova? Quali miglioramenti? 
R. Di "scuole nuove"  se ne parla da un secolo in tutto il mondo... Solo che in altre zone del mondo queste strategie educative sono state messe in atto e in Italia no. L'elefantiasi  della burocrazia, gli interessi delle classi dominanti rallentano ed ostacolano la formazione di "nuovi" docenti e  "nuovi" dirigenti, per non parlare di strutture fatiscenti ed attrezzature obsolete. Eppure le stanze del Quirinale e del parlamento pullulano di  Mac utilizzati anche per prenotare  le serate hard dei politici!  Il popolo italiano, creativo, geniale, pieno di arte, cultura e tradizione  spesso è costretto ad emigrare. Il male del CLIENTELISMO, del NEPOTISMO e in alcuni casi del CLERICALISMO si è insinuato in tutti i centri di potere. Una scuola nuova dona coscienza e consapevolezza, offre strumenti critici e di sana e pacifica rivoluzione culturale. Stiamo vivendo un paradosso: un governo non votato dal popolo ha votato un presidente:  ecco il crollo subdolo della democrazia. Un'Italia che  è culla della cultura occidentale potrebbe vivere di arte cultura e turismo, invece, soprattutto al Sud, è stata  avvelenata da aziende ed industrie che nel dopo guerra  hanno promesso benessere e invece hanno portato morte  attraverso tumori assurdi. E ora? Sono partite verso nuovi  "lidi" da inquinare,  dove  la manodopera costa meno e le tasse sono appetibili. Dura legge del Mercato? No! Squallida macchinazione dei ricchi.  Una coscienza  nuova, pulita,  dinamica, acquisita grazie ad una scuola  critica,  che sveglia e non addormenta è alla base di un possibile cambiamento della nostra società.

D. A chi dedica il suo lavoro?
R. Chiaramente ai giovani, a quelli che a scuola vanno male, perché spesso nella vita troveranno riscatto e giustizia. Ai giovani che si sentono insoddisfatti ed inquieti nell'ascoltare passivamente per ore: eppure proprio loro hanno una grande responsabilità nel cercare di contrastare un sistema  letargico ed invernale. I ragazzi di don Milani andavano  a scuola con allegria e non esisteva né ricreazione né pausa, perché tutto era una scoperta costante, contro i frontalismi  assurdi a cui erano costretti a sottostare.

D.Cosa raccomanderebbe a chi volesse trarre uno spunto concreto dal suo scritto?
R. Sapere aude... o ancora, più recente: stay hungry, stay foolish! C'è una sottile follia nell'esistenza, di cui Erasmo tesseva l'elogio. Abbiamo dimenticato che la nostra permanenza su questa terra è brevissima e, spesso la  sciupiamo. Se la vita è un dono è un nostro diritto viverla pienamente: carpe diem, "l'attimo fuggente", celebrato film su una scuola attiva è passato di generazione in generazione senza lasciare tanta traccia. Gli anni della gioventù, senza retorica, sono quelli più vitali: il GH è alle stelle, eppure lo lasciamo dormire tra le pieghe dei nostri neuroni. Qui non si tratta di cambiare la scuola, ma di trasformare la società sclerotica fondata sul "religio", sull'essere incatenati. Da più di duemila anni il "mito della caverna" continua ad ammonire i giovani sulla possibilità di liberarsi dai vincoli degli "idola" che ci attanagliano. Nel visionario "Matrix" si intrecciano mondi e domini virtuali, mentre l'uomo continua a soffrire e... sperare. Dobbiamo avere il coraggio di  cambiare il mondo, senza la pretesa di voler essere salvatori della terra ma cercando di operare piccoli passi di "metanoia"  in noi stessi prima che negli altri. Viviamo in una grande truffa, ma  la cosa peggiore è che  pensiamo di truffare gli altri mentre stiamo truffando noi stessi.

D. Ha considerazioni o commenti da aggiungere?
R. Vorrei ringraziarla per avermi dato uno spazio di riflessione. I new media sono importantissimi nella formazione dei giovani ma si devono utilizzare con tecniche appropriate.  Nelle scuole europee ed in alcuni istituti italiani  si vedono i risultati  e la velocizzazione dei processi di apprendimento... Tutto si trasforma e in pochi anni  i sistemi di apprendimento tradizionale saranno soppiantate da tecnologie educative completamente diverse. Sarà allora che ci si renderà conto del ritardo epocale che ha coinvolto docenti e dirigenti  per colpa di un sistema politico elefantiaco.  Il problema sarà non nell'utilizzo del mezzo ma  nell'ossatura valoriale che saremo riusciti a trasmettere alle nuove generazioni. Se mi si offre la possibilità potrei raccogliere in una antologia  voci della pedagogia di tutti i tempi che offrono spunti di riflessione scientifica su una scuola  diversa, nuova, attiva, adatta ai nostri tempi... Ma non dipende certo da me...


Intervista a cura della Dott.ssa Alice Fusella

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Dislessia oggi come affrontarla. Ne parliamo con lo Psicologo Sebastiano Lupo

COPERTINA LUPOLa dislessia evolutiva e i suoi trattamenti di Sebastiano Lupo nella Collana Strumenti è in libreria.
L’autore, in premessa, muove una critica serrata all’impianto della Legge 170/2010, sul riconoscimento dei DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento Scolastico) abbiamo allora intervistato Sebastiano Lupo per esaminare dettagliatamente il contenuto del suo nuovo e interessante testo sulla dislessia.

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Scuola e psicologia: Intervento psicologico per la scuola di Annamaria Improta

intervento psicologico scuolaxsitoAnnamaria Improta, Psicologa Clinica di Comunità, Pedagogista, Spec. Psicoterapia e Insegnante è autrice di un nuovo ed originale testo, Intervento psicologico per la scuola e metodi narrativi. Strategie per la costruzione dell'intervento, da poche settimane in tutte le librerie, che propone una metodologia di intervento  per la risoluzione dei conflitti assolutamente innovativa.


IMPROTA1Il libro nasce con l’intento di suggerire vie e modalità per la risoluzione dei conflitti. L’autrice propone metodi operativi concreti, basati sulla conoscenza di sé per arrivare alla conoscenza e all’accettazione della diversità dell’altro.
Per conoscere meglio l'argomento trattato nel volume abbiamo intervistato l'autrice, che ha risposto alle nostre domande con molta chiarezza nell'intento di avvicinare il lettore a questo interessantissimo testo.

D. Ringraziamo la Dott.ssa Improta per la sua disponibilità, le chiediamo: Qual è lo scopo del suo libro?
R. L’idea era quella di individuare una “strategia operativa” per la risoluzione dei conflitti.  Il libro nasce infatti da un lavoro, da un’esplorazione sul campo: al centro i conflitti e la loro possibile soluzione nel mondo degli adolescenti. Naturalmente, trattandosi di una modalità operativa, di un modello, per così dire, può essere adattato a qualsiasi contesto educativo e/o comunitario, quindi a persone di età diversa, visto che parte da un vissuto del quale tutti hanno esperienza:  l’esplorazione dei propri ricordi e la conoscenza di sé … Per arrivare all’incontro con l’altro e all’accettazione delle differenze.
Il libro, quindi, ha una doppia “anima”: una psicologica, l’altra pedagogica.

 D. Ci spieghi
R. Ho cercato di fornire un approfondimento teorico sul mondo della scuola e sull’attuale organizzazione scolastica, a partire da un punto di vista privilegiato: sono una docente, infatti. Obiettivo: comprendere e interpretare il mandato sociale della formazione scolastica nella società complessa, per giungere alla definizione del più utile intervento psicologico nei contesti scolastici, definendone ‘qualità’ e caratteristiche calzanti. In questa prospettiva ho cercato di collegare l’utilizzo dei metodi narrativi - in un’ottica costruttivistica dell’intervento - alla più generale teoria dell’intervento psicologico nei sistemi complessi. La teoria della prassi che mi è sembrata  più utile - e che dunque ha guidato il mio fare operativo - è l’analisi della domanda, che mi ha consentito di costruire un intervento non aderendo alla “richiesta” di riportare alla “norma” un sistema disfunzionale, bensì attraverso la decodifica delle dinamiche emozionali che sono ‘dietro’, alla base della richiesta. Ho cercato quindi di “costruire” il cambiamento insieme agli insegnanti coinvolti e agli studenti, che sono diventati così  parte del processo di cambiamento e non solo “oggetto” dell’intervento. Tale strategia operativa mi ha dato occasione di  coniugare la teoria alla prassi, operando compiutamente anche attraverso il metodo ‘autobiografico’.

 

D. A quale pubblico si rivolge il suo lavoro?
R. Come ho detto prima, nel libro propongo una strategia di intervento per la risoluzione dei conflitti, tanto frequenti in età adolescenziale ma, proprio perché parte dal sé del soggetto-protagonista per arrivare all’incontro con l’altro,  tale modalità rappresenta quasi un passepartout nei sistemi e nei contesti comunitari più diversi. In questa prospettiva il libro è rivolto (e/o può essere utile) a tutti coloro che hanno a che fare con la delicata dimensione educativa e trasformativa, nella quale è coinvolta la relazione. Mi riferisco a Psicologi, Insegnanti, Pedagogisti, Educatori, Animatori Sociali, Mediatori, Operatori di cooperative educative e sociali, tutti possono trovare nel volume una lettura dei fenomeni scolastici e un’impostazione programmatica per realizzare un intervento psicologico di matrice costruttivistica. Al testo, infatti, sono allegate numerose schede operative, immediatamente utilizzabili, che forniscono al lettore strumenti operativi di rapida applicazione; le schede – di fatto – sostanziano un ‘modello’ per elaborare strumenti ‘ad hoc’ per il contesto in cui ci si trova a lavorare. A garantire la replicabilità dell'intervento psicologico proposto è la flessibilità: esso cambia  perché cambiano gli utenti e con loro e per loro di volta in volta si costruisce un intervento che non è mai dato. In qualsiasi caso, un intervento basato sulle metodologie analizzate e proposte non può mai essere, infatti, un intervento "calato dall'alto", ma si sviluppa step by step attraverso una ricerca – azione che parte da un'esperienza già realizzata e ‘rodata’. Tale impostazione conferisce al volume il pregio di presentare gli elementi caratterizzanti di una buona prassi  e ne garantisce la riproducibilità in contesti diversi, permettendo al lettore/consulente di realizzare interventi di integrazione “di qualità”. Il valore aggiunto del volume, insomma, è che offre al lettore, per la ricerca che ne è alla base, per la reale applicabilità e  per lo scenario ampio che fotografa, una sorta di ‘cassetta degli attrezzi’ per un preciso intervento, in tutte le sue fasi, e una possibile verifica dei risultati. In questo senso, può quindi essere utile anche a studenti e/o a professionisti in formazione che possono verificare come coniugare teoria e prassi.

D. La raggiunta autonomia della scuola ha davvero rappresentato un cambiamento positivo? O è possibile individuare anche aspetti negativi?
R. Io vedo la scuola come un’organizzazione di servizi in cui tutti gli attori perseguono obiettivi comuni. In questa prospettiva l’autonomia scolastica rappresenta una sfida: può essere una grande occasione, se riesce a garantire una nuova, effettiva partecipazione alle scelte da parte degli studenti, che sono posti  al centro del sistema, come detentori del diritto a una prestazione didattica aggiornata e attenta ai loro bisogni formativi. Se questa è la premessa, fa da contraltare un sistema formativo spesso elefantiaco, che si perde dietro adempimenti burocratici che rischiano di far perdere di vista il protagonista dell’intervento stesso: lo studente! Il paradosso è che nel sistema formativo italiano l’ancoraggio alla tradizione pedagogica, che dovrebbe fornire la griglia di lettura per analizzare le nuove emergenze educative, spesso diventa una gabbia, specchio di una società  obsoleta, per cui la scuola, che dovrebbe preparare le future generazioni, talvolta legge i cambiamenti sociali come fattori di destabilizzazione. Gli eventuali aspetti negativi dell’autonomia scolastica possono manifestarsi pertanto quando la scuola non ne coglie appieno le opportunità, irrigidendosi e/o proponendo un curricolo formativo depotenziato, semplificato che, lungi dal motivare gli studenti, li allontana ulteriormente. La sfida sta quindi nel proporre un modello educativo solido attraverso metodologie motivanti e aggiornate.

D. Si è anche ridefinita la missione pedagogica della scuola?
R. Con il mutare del contesto sociale la missione pedagogica della scuola va necessariamente adeguata alle nuove emergenze formative. Non si tratta però di inseguire mode e modelli che poco hanno a che fare con l’educazione, con l’alibi di garantire il diritto allo studio per tutti, quanto di permettere a ciascuno di sviluppare le proprie capacità e potenzialità personali, in un’ottica inclusiva.

D. Quindi?
R. Il punto è oggi nella riorganizzazione dei percorsi didattico-educativi, mi spiego  meglio:  non più obiettivi comuni per tutti ma obiettivi differenziati per i diversi studenti, in grado di valorizzare le differenze. Questo nodale passaggio è evidenziato nella prefazione del libro: il prof. Gritti sottolinea come dal punto di vista della teoria dei sistemi complessi, una buona funzione pedagogica dovrebbe affrancarsi da esiti ordinati o al contrario caotici, per porsi in equilibrio dinamico, affine  alla configurazione “sull’orlo del caos”: è questa la nuova mission della scuola, intesa come sistema complesso in continua  evoluzione.

IMPROTA2D. Ci spiega il significato di simbolizzazione affettiva e categorizzazione?
R. Simbolizzazione affettiva e categorizzazione sono due modalità per leggere il contesto. La simbolizzazione affettiva, inconscia, e quindi inconsapevole, è una lettura del contesto attraverso le emozioni, la categorizzazione, invece, legge la realtà attraverso la razionalità, la produttività. Il senso comune considera le emozioni dimensioni residuali, in aggiunta al pensiero razionale, per cui considera il comportamento ad appannaggio del pensiero e della razionalità. Le simbolizzazioni affettive condivise entro il contesto vengono definite in letteratura collusione  sulla quale si fondano le rappresentazioni che hanno della scuola gli alunni, le famiglie, i docenti, ma anche quelle di tutti quegli interlocutori “meno diretti” che con la Scuola hanno comunque a che fare: dai cittadini alle aziende sanitarie, ai servizi del Comune, etc. Sulla collusione è quindi organizzata quella che definiamo cultura locale,  in riferimento a tali emozioni condivise, che orientano la relazione e portano il soggetto ad agire inconsapevolmente in un determinato modo.
Secondo l’approccio proposto nel mio lavoro, tuttavia, le emozioni non rappresentano perciò una dimensione residuale bensì sono fondanti la relazione insieme alla categorizzazione. Tale concezione impone una revisione nella lettura dell’organizzazione che non può essere un  processo esclusivamente basato sulla razionalità. Simbolizzazione affettiva e categorizzazione sono, dunque, due modalità inscindibili di costruzione della realtà: emozione e razionalità rappresentano due facce di una stessa medaglia.

D. E ci può dire di più sul ruolo dell’intervento psicologico in ambito scolastico e sul ruolo della relazione?
R. Se, come dicevamo, la relazione si fonda sulla simbolizzazione affettiva e sulla categorizzazione, le emozioni sono contemplate in qualsiasi intervento che voglia porsi come trasformativo. Nella prassi più generale, quando ci si rivolge ad uno psicologo a scuola le motivazioni che sottendono la richiesta sono per lo più di natura reattiva: il prototipo è la richiesta di intervento sul caso individuale per cui la scuola chiede allo psicologo di occuparsi del bambino o del ragazzo “problematico”, sulla base del presupposto che tale “problematicità” vada ascritta a variabili “psicologiche”, separate rispetto a quelle proprie del setting insegnamento-apprendimento. In questo quadro l’intervento richiesto allo psicologo è un intervento di tipo “ortopedico”, il cui obiettivo è riportare ad hortos, cioè alla normalità, un comportamento giudicato inadeguato. Tale tipo di richiesta tende a bypassare l’emozionalità di cui è intriso il contesto, per fondarsi esclusivamente sul presupposto della razionalità, giacché l’emozione è vissuta come deviazione dalla norma. Lo psicologo, secondo il modello proposto nel volume, evitando di rimanere intrappolato nella logica collusiva di aderire ad una richiesta che bypassa l’emozionalità, deve analizzare la domanda, ponendosi come consulente all’interno di un processo in cui promuove/sostiene/contribuisce ad aiutare il cliente (docente e/o studente)  ad uscire  dalla condizione di crisi di decisionalità, che si è innescata quando gli schemi di funzionamento fino ad allora funzionanti sono falliti. Anche perché, quando ci si rivolge ad uno psicologo è perché uno studente ha messo in crisi un sistema altrimenti funzionante; tuttavia va considerato che se la scuola non si organizza, il rischio è che lo studente  esca dal circuito educativo senza riuscire a utilizzare questa risorsa per il suo sviluppo. Spesso, infatti, la scuola ha difficoltà ad effettuare una presa in carico adeguata, per cui si genera una dinamica circolare per cui l’ambiente, anziché sviluppare risorse, si costituisce quale specchio rifrangente delle difficoltà dell’alunno.

D. Ed ora, se è d’accordo, ci spieghi i concetti di assimilazione e accomodamento.
R. Se abbiamo detto che l’intervento psicologico viene richiesto nei casi in cui l’attore (insegnante, genitore, studente, etc…) si trova in una situazione di crisi di decisionalità, l’intervento dello psicologo dovrà essere volto a promuovere la sua capacità decisionale attraverso una nuova lettura del contesto, partendo dai presupposti che orientano la sua azione. Di fronte ad una situazione in cui l’attore si trova in crisi di decisionalità, egli potrà interpretare tale contesto in modi differenti, rientranti tutti nei modelli generali di “assimilazione” ed “accomodamento”. La funzione di assimilazione è adeguata a sostenere l’invarianza, la prevedibilità e la riproduzione organizzativa. La funzione di accomodamento, invece, è quella per cui un’organizzazione è in grado di trattare la variabilità ambientale ed adeguarsi a essa.
In altri termini, se il modello adottato è uno, allora la strategia d’uscita dalla crisi di decisionalità sarà l’assimilazione; se il modello è l’altro, la strategia sarà l’accomodamento.
Il modello fondato sull’assimilazione postula che il modello organizzativo che guida l’attore sia in sé adeguato. Da qui la ricerca di strumenti (informazioni, norme, strumenti operativi, tecniche...) che permettano di portare sotto controllo le fonti esterne di crisi. In definitiva, questo approccio non ritiene necessario procedere ad una revisione del modello organizzativo; per certi versi, al contrario, protende per un suo consolidamento e una sua eventuale espansione attraverso l’acquisizione di nuovi strumenti che permettano l’applicazione ai nuovi eventi ambientali (le fonti esterne di crisi).
Nel modello fondato sull’accomodamento per il soggetto la crisi di decisionalità  è la conseguenza dell’inadeguatezza del modello organizzativo utilizzato. Quando la crisi è interpretata nei termini del secondo modello, la soluzione è evidentemente ricercata nella revisione del modello organizzativo proprio dell’attore, piuttosto che nella ricerca di nuovi strumenti.

D. Dottoressa, ci può dettagliare, ovviamente in breve, il metodo narrativo-autobiografico, la necessità del racconto autobiografico e i contesti applicativi del metodo autobiografico?
R. La tesi alla base del mio lavoro va proprio in questa direzione, attraverso il coinvolgimento degli studenti in relazione a ciò che conoscono di più: la propria storia personale. La narrazione di sé è data dal bisogno di farsi sentire, di essere accettati e capiti. L’approccio autobiografico in educazione si fonda sulla possibilità di autoformarsi, attraverso un lavoro interiore legato alla rivisitazione e alla narrazione delle proprie esperienze remote, recenti e attuali. La formazione di sé deriva dall’acquisizione di una maggiore consapevolezza (di sé, degli altri, del mondo) e dalla possibilità di prospettare opportunità di scelte di cambiamento per la propria vita, alla luce di una nuova visione e di una diversa disposizione d’animo. Sin dai primi anni di vita l’individuo tende a raccontare quello che gli accade, cercando di riportarlo a ciò che è già noto, che è culturalmente condiviso. In questo modo, la narrazione diventa lo strumento di costruzione e conoscenza del mondo e nel contempo del proprio sé. Esiste quindi uno stretto legame tra il pensiero narrativo e lo sviluppo dell’identità, in quanto la narrazione si pone come strumento di mediazione tra il sé e la realtà esterna.

D. Ci faccia capire meglio.
R. Ogni narrazione non è solo “storia personale”, percorso puramente interiore, ma “storia di interazioni”. Ogni soggetto, nel momento in cui racconta la propria storia personale, conferisce significato alle sue azioni, modificando e ricostruendo la propria identità operando, contemporaneamente, una ‘co-costruzione’ della realtà circostante. Questo processo di co-costruzione di significati è la base di ciò che chiamiamo cultura. In questa prospettiva, l’aula diventa quindi il luogo in cui si realizza un intreccio di linguaggi, e diventa l’occasione, il luogo in cui rappresentare e affrontare quella frammentazione, quella divisione dei saperi spesso incomprensibile per gli alunni. L’approccio autobiografico, inoltre, connette la dimensione cognitiva-razionale con quella emotivo-affettiva: dedicare del tempo, infatti, ri-pensarsi e narrarsi è anche un modo per prendersi cura di sé. Né va dimenticata la componente di impegno legata al processo di crescita, in cui la memoria personale porta ad una rinnovata autoprogettualità.
In questa prospettiva, passato presente e futuro acquisiscono nuovi significati in relazione ad una maggiore consapevolezza. Nel narrarsi esistono, dunque, i fattori mutativi di ogni psicoterapia: la trasformazione del comprendere, del sentire attraverso l’interpretazione dell’esperienza emozionale.
Proprio per la trasversalità dell’oggetto della narrazione, la propria storia, l’approccio autobiografico ha un’ampia applicabilità nei contesti più disparati: aziendali e professionali;  socio educativi e orientativi;  territoriali e locali; scolastici e universitari. Inoltre, anche le età dei destinatari può essere varia, un po’ come quando sui giochi di società c’è l’indicazione “da 3 a 99 anni”. Proprio per questo i destinatari della formazione autobiografica possono essere sia gli operatori educativi (formatori, educatori, animatori, orientatori, insegnanti, psicologi) sia gli utenti finali dell’azione educativa (manager, stranieri, anziani, disabili e alunni).

 

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La Tecnica del Villaggio spiegata da Luca Bosco e Lino G. Grandi

bosco grandiLuca Bosco e Lino G. Grandi chiariscono nella intervista che segue, i diversi e multiformi aspetti del volume La tecnica del Villaggio nella psicoterapia infantile (nella Collana Strumenti di Edizioni Psiconline), un manuale operativo per l’utilizzo di uno strumento psicodiagnostico quale il Test del Villaggio, sconosciuto a molti, ma estremamente ricco e che può avere un’ampia rilevanza all’interno del setting clinico tra terapeuta e paziente. Un testo ricco di esemplificazioni cliniche e corredate da molte immagini.
La Tecnica del Villaggio vuole sopperire al vuoto della letteratura scientifica italiana sull’argomento e ci auguriamo che la pubblicazione del volume e un approccio diretto con gli autori attraverso le domande della nostra Redazione, favorisca la divulgazione di questa tecnica tra gli psicologi, psicoterapeuti, neuropsichiatri infantili ma anche nel mondo della scuola e della formazione.

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Intervista ad Alberto Vito autore di Affetti Speciali. Uno psicologo (si) racconta

copertina vito2Cosa prova uno psicoterapeuta al termine di una seduta? Quali sono i suoi pensieri prima di addormentarsi? Cosa fa “riuscire” una terapia? Quante curiosità suscita il libro di Alberto Vito "Affetti speciali. Uno psicologo (si) racconta"!
Per rispondere a queste e ad altre domande abbiamo intervistato il Dott. Alberto Vito al termine della presentazione che si è tenuta alla Casa delle Culture di Ancona lo scorso 13 marzo.


D. Ringraziamo il Dott. Alberto Vito per la disponibilità dimostrata e cominciamo subito l'intervista prima dell'inizio del firmacopie. Quando e come nasce il suo libro?
R. Il libro nasce inizialmente dalla presentazione di alcuni casi clinici a fini didattici. Nel realizzare una comunicazione ad un Convegno decisi di adottare una formula narrativa, scegliendo di leggere un racconto di fantasia, tratto da un reale caso clinico. Mi sembrò che la formula funzionasse ed ho scritto poi altre “novelle” ispirate dalla mia attività di psicoterapeuta. I commenti sono stati positivi ed un po’ alla volta ho raccolto le storie che unite hanno creato la struttura del libro.

D. Le storie narrate sono attuali o del passato?
R. Il libro raccoglie 10 storie. Si narrano due settimane di uno psicoterapeuta, vito2immaginando che ogni giorno, dal lunedì al venerdì, incontri un paziente diverso. Prevalentemente sono resoconti di terapie svoltesi recentemente, negli ultimi anni, ma vi sono anche un paio di storie ispirate da pazienti incontrati oltre dieci anni fa. Non sono i casi clinici più importanti, ma quelli che, messi insieme, potevano dare ai giovani colleghi  un quadro il più ampio possibile del mio modo di lavorare. Li ho scelti per esemplificare come inizio una prima seduta, come  affronto certe patologie, quali sono le metafore che mi piace utilizzare più spesso… Bisogna tener conto che sono più di venticinque anni che svolgo questa professione!

D. Quanto può incidere il rapporto terapeuta-paziente nel terapeuta?
R. È ormai noto quanto la relazione terapeuta-paziente sia uno dei fattori più rilevanti, decisivi sull’esito e sull’andamento del percorso clinico, quale che siano l’approccio teorico ed i modelli operativi utilizzati. Nella trascrizione di alcuni dialoghi e nella descrizione dei miei vissuti, durante le sedute, mi sono sforzato di mostrare proprio quanto una psicoterapia, pure all’interno di ruoli asimmetrici, sia un percorso costruito insieme, dalle individualità, dalle personalità, dalle risorse e dai limiti, sia del paziente che del terapeuta.

D. Come è cambiata la sua vita di terapeuta nel corso degli anni?
R. Il libro probabilmente nasce proprio dalla mia esigenza e dal piacere di descrivere proprio questo. Se facciamo riferimento esclusivamente al mio modo di lavorare credo che negli anni sono diventato più sicuro, grazie all’esperienza acquisita, sforzandomi di non far diventare mai il mio lavoro “routine”. All’inizio si rischia di essere spaventati, ma dopo molti anni si rischia di diventare superficiali o stanchi. È invece importante rispettare ogni persona come individualità, ricordando che ogni esperienza umana ha una specificità. A volte, poi, all’inizio della carriera si rischia di essere rigidi nel considerare il proprio modello teorico come “migliore”, mentre nel corso degli anni si acquista anche una maggiore duttilità. Nel libro, ringrazio sia i miei insegnanti più significativi, i miei colleghi, gli allievi ed i pazienti. Tutti, anche se ovviamente in modo diverso, mi hanno aiutato a migliorarmi, sia come persona che come professionista.

D. La professione di terapeuta l'ha cambiata?
R. Se vi è originalità nel mio testo, forse dipende dal mio tentativo di raccontare non solo l’esito dei percorsi clinici dal punto di vista dei pazienti, ma anche da quello del terapeuta. Pur sempre in forma romanzata, racconto i miei pensieri ed i miei comportamenti, in attesa di una seduta ed al suo termine.
È pure formulata qualche ipotesi sui cambiamenti avvenuti nel mio stile di vita rispetto a diversi anni fa e che io attribuisco, a torto o a ragione, all’attività professionale. Nella parte conclusiva del libro, descrivo quelli che secondo me sono i “10 ingredienti”  indispensabili per essere un buon terapeuta. La mia convinzione è che il terapeuta debba possedere tutte queste capacità almeno nello spazio circoscritto della seduta, durante lo spazio temporale limitato della terapia. Per questo motivo, reputo che la valenza trasformativa dell'attività clinica per il terapeuta sia insita proprio in questo sforzo continuo di attenzione, consapevolezza e coerenza nel provare ad essere il più possibile simile al se stesso che vorrebbe essere. Inoltre, a meno che il terapeuta non sia completamente scisso, è impossibile non aiutare gli altri ad essere più integri e coerenti, accettando le conseguenze delle proprie scelte, senza che ciò non influenzi positivamente la vita del terapeuta. Per fare un esempio un po’ banale, è certamente un cattivo medico quello che prescrive ai suoi pazienti di smettere di fumare, ma poi continua a fumare, sia in presenza che in assenza dei suoi assistiti.

D. Esistono problematiche del paziente che un terapeuta si rifiuta di affrontare?
Quando alcune problematiche sono difficili da affrontare come si comporta il terapeuta?
R. Innanzitutto, occorre considerare che alcuni approcci sono più utili per alcune problematiche e quindi bisognerebbe sempre delimitare il proprio ambito di intervento, riconoscendo in quali situazione il proprio modo di operare può risultare elettivo e quando è meglio inviare ad un collega con una specifica diversa competenza. Poi bisogna tener conto della richiesta del paziente, se più interessato ad una risoluzione dei sintomi o anche ad un percorso di ristrutturazione più ampio. Infine, il terapeuta dovrebbe essere consapevole dei propri limiti e delle proprie difficoltà ad affrontare certe specifiche situazioni. Io, ad esempio, mi occupo con una certa frequenza, in ambito psicogiuridico, di consulenze, sia da CTU che da CTP. Ma sono perito quasi esclusivamente nelle situazioni di affido controverso dei minori all’interno di separazioni coniugali conflittuali, mentre ho scelto di non occuparmi dei casi di sospetto  abuso.

 

D. Tra le storie da lei narrate può individuarne alcune che l'hanno coinvolta profondamente?
R. È la specificità del nostro lavoro, dove in fondo noi stessi siamo l’unico attrezzo del mestiere, ad imporre un coinvolgimento profondo. È evidente che la nostra attività comporta un’esperienza di intimità (si pensi solo a quante persone raccontano a noi i loro segreti più nascosti) pur rimanendo all’interno di un contesto professionale. Il titolo del libro, “Affetti Speciali”, fa proprio riferimento, oltre che alle vicende  affettive dei pazienti, che a volte sono particolari e dolorose, proprio alla particolare relazione che si crea tra pazienti e terapeuta, e viceversa. Per questo motivo, sentirei di fare un torto a qualcuno se dovessi  scegliere  qualche vicenda clinica in particolare. Ovviamente, come avviene in qualsiasi incontro fra esseri umani, sono sempre diversi, anche per intensità e colorazione, i sentimenti che gli altri suscitano in noi.


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Redazione

Intervista a T. Tringali e F. Cataldi autrici de "Il Tarlo e la Quercia" in tutte le librerie e online

copertinailtarloEdizioni Psiconline ha intervistato Teresa Tringali e Felicia Cataldi autrici del volume: "Il Tarlo e a Quercia. Strategie di cura del pedofilo" nella collana Ricerche e Contributi in Psicologia, che nasce da un’esperienza concreta ed ha l’obiettivo, di affrontare ed analizzare in modo innovativo, una delle più controverse e spinose problematiche che l’umanità si è trovata a fronteggiare: la pedofilia.

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Redazione

Gabriella Giordanella Perilli ci guida nell'immaginario oltre noi stessi

copertina sogno o son destoDa pochi giorni è in libreria “Sogno o son desto? Guida per viaggi nella Galassia dell’Immaginario oltre l’Universo percepito” di Gabriella Giordanella Perilli.
Il titolo ci ha incuriosito moltissimo così ci siamo affrettati a contattare l'autrice per intervistarla, e abbiamo scoperto che vale proprio la pena leggere il suo nuovo libro, così come consigliamo a tutti i nostri lettori di leggere attentamente l'intervista che la bravissima Gabriella Giordanella Perilli ci ha rilasciato.

Siamo sicuri che dopo aver letto l'intervista i nostri lettori non sapranno resistere alla tentazione di leggere "Sogno o son desto".

 


 

D. Ringraziamo la Dott.ssa Gabriella Giordanella per la sua disponibilità e le chiediamo subito come e quando nasce questo volume?
R. Può sembrare strano quello che sto per dire ma è la verità: questo volume nasce nei tempi della mia infanzia quando, ascoltando rapita e meravigliata, le storie narrate dai miei genitori, mi immaginavo di vivere in quei mondi, così diversi dal mio e, allo stesso tempo, per me così reali, tanto da farmi gioire o piangere insieme ai protagonisti. Negli anni difficili della mia vita non avrei saputo immaginare la strada da percorrere per raggiungere obiettivi che, per cause esterne a me, mi erano stati preclusi: quando a 15 anni dovetti interrompere gli studi, compreso quello del pianoforte, non avrei immaginato di poter conseguire titoli di studio e affermazioni professionali, come accaduto nella realtà. Da tutto quanto vissuto e dalle riflessioni sulle mie esperienze, mi sono resa conto che l’immaginario comprende aspetti imprevedibili ma potenzialmente da sviluppare, per aprirci orizzonti oltre le nostre limitate speranze.
Nel tempo, quelle esperienze sono state alla base dei miei studi sulle funzioni e sulle potenzialità dell’immaginario. Mi è stato sempre più evidente, grazie ai dati di ricerche condotte da eminenti scienziati e alla loro applicazione nel campo della salute e della crescita bio-psico-spirituale dell’individuo, come l’utilizzo mirato e specifico dell’immaginario fosse un potente mezzo nel tortuoso e spesso invisibile cammino per migliorare la qualità di vita di noi esseri umani.


D. Ci spieghi il significato del titolo
R. “Sogno o son desto? Guida per viaggi nella Galassia dell’Immaginario oltre l’Universo percepito” è un titolo con il quale ho voluto spiegare l’intenzione della mia proposta: indirizzare il “viaggiatore” oltre l’orizzonte spazio-tempo dell’Universo di conoscenza di noi stessi; poiché è mia opinione, consolidata in anni di approfondimento e di pratica clinica,  che anche nel nostro Universo soggettivo accade qualcosa di simile a quello che avviene nell’Universo cosmico: è visibile soltanto quella parte di noi che ci arriva attraverso la luce trasmessa dai “corpi celesti”, costituiti dai nostri pensieri consapevoli. Ma questo non ci consente di dire se oltre ci siano in noi altri “universi”, o se il nostro conosciuto sia finito o infinito! Così il titolo indica una guida per andare oltre la conoscenza consapevole e scoprire, mediante l’immaginario, le potenzialità di innumerevoli nostre “galassie” ancora sconosciute. È bene ricordare che anche in un luogo con confini ben definiti, come la nostra Terra, possiamo fare “infiniti” viaggi, scoprire ogni volta nuove prospettive e ampliare le nostre capacità di resilienza e creatività per superare difficoltà e sofferenza.


D. A quale pubblico si rivolge
R. Il pubblico al quale si rivolge il mio lavoro è, nel mio immaginario, un pubblico il più possibile vasto ed eterogeneo. Infatti il mio sogno ambizioso è divulgare questo argomento affinché il maggior numero di persone ne possa essere informato e, per quanto possibile, trarne benefici.


D. Ci parli  dei metodi immaginativi, del loro scopo e della loro applicazione
R. È  plausibile pensare che modalità immaginative abbiano costituito il ponte attraverso cui è avvenuto il passaggio all’homo sapiens sapiens. Le culture più antiche, i miti e le leggende ci offrono esempi di metodi immaginativi a scopi iniziatici, religiosi, per lo sviluppo di potenzialità e di conoscenza, per fare previsioni ed elaborare scenari alternativi in situazioni problematiche: un esempio per tutti può essere l’attribuzione di una forma ed un nome dovuti all’immaginazione di popoli diversi ad agglomerati di stelle, per cui l’orsa dei Greci era un carro per i Romani, una pentola per i Cinesi, un ippopotamo per gli Egizi e un ventilabro, lo strumento usato per mondare il grano, per gli Ebrei.
Nella vita quotidiana noi utilizziamo metodi immaginativi per sentirci più sicuri e abbassare ansia e tensione, oltre che per programmare in anticipo soluzioni e comportamenti in modo da affrontare “preparati” nuove esperienze. Può capitare di frequente immaginare un incontro con una persona alla quale teniamo affettivamente, dialogare con lei, fantasticare le sensazioni che proveremo; nel caso di una precedente discussione immaginiamo quali parole usare per addolcire l’atmosfera e far ritornare l’intesa amorosa.Numerosi sono i metodi immaginativi utilizzati in ambito sportivo, educativo e terapeutico: es. visualizzare i movimenti prima di effettuare un tuffo, pensare alla sequenza delle note in preparazione all’esecuzione di una sonata, immaginare se stessi in una situazione valutata con ansia e, quindi, modificarla pensando a qualcosa di piacevole, fino a poterla vivere con tranquillità.
Di conseguenza gli scopi differiscono secondo il contesto e gli utenti. L’applicazione dei metodi immaginativi spazia da situazioni quotidiane (sociali, relazionali, lavorative, ecc.) a quelle più propriamente riabilitative e terapeutiche, con una consistente applicazione nell’ambito dello sviluppo e della crescita di potenzialità insite in ciascun essere umano (es. esercizi di brain storming per sviluppare nuovi prodotti o utilizzi alternativi di oggetti già in uso, modalità spesso praticata nel gioco dai bambini per cui una scopa è come se fosse un cavallo da mandare al galoppo o un raggio laser per difendersi dagli alieni).


D. Sembra particolarmente interessante la tecnica  di Immaginario e Musica.
R. In effetti, anche per me le esperienze con l’Immaginario e la Musica sono state da subito molto interessanti: mi hanno aperto, in modo privilegiato, diretto e sublime, quella porta per entrare nel mio mondo costituito da sensazioni movimenti ed emozioni, serbatoio di memorie costituenti la mia identità più nascosta. A dare maggiore consistenza al metodo ci sono una miriade di dati forniti dalle neuroscienze: l’anno scorso durante un convegno a Riva del Garda sull’emergere del Sé, il prof. Antonio Damasio mi ha detto che, nelle loro ricerche sul cervello, la musica è considerata l’Arte per eccellenza: anch’essa è organizzata con ritmi come il nostro corpo e la nostra mente, il nostro Sé, quindi evoca risposte emotive, motorie e cognitive su larga scala e permette esperienze utili a modificare e rendere più funzionali i nostri circuiti cerebrali. Pertanto l’utilizzo dell’Immaginario, associato a rilassamento e musica, risulta particolarmente efficace per sviluppare una maggiore consapevolezza di sé, delle proprie risorse e di soluzioni innovative per affrontare situazioni problematiche. Nel libro ho dedicato ampio spazio per illustrare il metodo di Immaginario Evocato con la Musica, proprio in considerazione della rilevanza che può rivestire nella nostra vita. Mi auguro che gli Scenari proposti offrano esperienze significative per molti lettori.


D. Quali sono le finalità? Quali cambiamenti può apportare?
R.
Le finalità fanno parte della perenne ricerca degli esseri umani di conoscere meglio se stessi in modo da rendere il mondo più vivibile, le relazioni più autentiche e significative, la società più rispettosa della dignità di ciascuna persona. Se ognuno operasse un cambiamento nel suo modo di pensare, agire e provare emozioni, potremmo realisticamente sperare che ciò avrebbe  conseguenze nel contesto sociale di appartenenza, con la modifica di stereotipi e pregiudizi che innalzano barriere verso l’altro, il diverso. Prima di tutto bisogna che cambiamo l’atteggiamento, le aspettative rigide e poco realistiche verso noi stessi, fino ad accettarci come esseri umani fallibili e, nel contempo, ricchi di potenzialità da sviluppare.

D. Oltre ai metodi immaginativi utilizzati a scopi terapeutici, è possibile un impiego anche autonomo di tali tecniche?
R. Posso rispondere affermativamente in quanto la maggior parte delle tecniche proposte è basata su capacità naturali che ciascuno pratica nella vita quotidiana, magari le tecniche presentate sono maggiormente strutturate e integrate con elementi di conoscenza scientifica su funzioni e processi dell’essere umano, come ad esempio la capacità riflessiva sui propri pensieri, comportamenti ed emozioni.


D. Qual è la risposta all'utilizzo di tali tecniche in casi di patologie e nei casi "normali"?
R. Ho tenuto a specificare che, in casi di sofferenza patologica, l’utilizzo delle tecniche proposte  nel libro va praticato da professionisti specializzati: le risposte ottenute sono generalmente soddisfacenti ad esempio nei disturbi dell’umore, nelle nevrosi, nei disturbi di ansia e nei disturbi da stress post traumatico. In genere è consigliabile affiancare l’utilizzo dei metodi immaginativi, nella pratica terapeutica, a metodi e tecniche verbali. Nei casi cosiddetti normali, si ottengono apprezzabili benefici per la scoperta di risorse e con lo sviluppo di atteggiamenti resilienti che consentono di imparare da esperienze dolorose per modificare il proprio stile di vita e renderlo più funzionale e coerente.


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