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I blog di Edizioni Psiconline

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Redazione1

Racconti schizofrenici: appuntamento a Cagliari con gli autori

Seminario Malattia Mentale MEM - 23ott2015-page-001Venerdì 23 ottobre 2015 alle ore 17,30 Stefano Porcu – Psicologo, psicoterapeuta e Bruno Furcas – Educatore presentano Racconti Schizofrenici. Vivere la malattia mentale attraverso gli occhi di operatori, pazienti e familiari – Introduzione di Alberto Santoru e testimonianza di Alessandro Lavena – Collana A Tu per Tu – Edizioni Psiconline, durante il seminario LA SOFFERENZA MENTALE che si terrà a Cagliari presso la Mediateca del Mediterraneo (MEM) Ex Mercato Civico – Via Mameli, 164.
Daniele Meloni leggerà alcuni brani tratti dal libro.

In Racconti schizofrenici, gli autori tratteggiano stralci di vita ed esperienza di persone con sofferenza mentale. Ci si potrebbe aspettare, di leggere asettiche “storie cliniche” per addetti ai lavori, gli autori invece cercheranno di stupire il lettore dimostrando di amare più la “fotografia” che la nosografia.

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Redazione

Intervista a Stefano Porcu e Bruno Furcas autori di Racconti schizofrenici

racconti schizofreniciStefano Porcu e Bruno Furcas autori di Racconti schizofrenici. Vivere la malattia mentale attraverso gli occhi di operatori, pazienti e familiari, da oggi disponibile in tutte le librerie, intervistati dalla redazione di Edizioni Psiconline, raccontano come è nato il libro, cosa li ha ispirati, e spiegano perché raccontare la malattia mentale in questa prospettiva.
Sono quindici le storie proposte all’attenzione del lettore; vicende concepite con la fantasia ma senza tralasciare l’osservazione effettuata durante il lavoro sul campo. Nei racconti, eventi e situazioni, stati d’animo ed emozioni danno vita a vicende personali dove il lettore potrà cogliere alcuni aspetti della patologia.


stefano porcu

logo porcuStefano Porcu è Psicologo, psicoterapeuta, formatore. Si occupa del tema della prevenzione del disagio e la promozione del benessere psicosociale, ha pubblicato contributi scientifi ci nazionali e internazionali di natura psicologica.
Collabora con organizzazioni del Terzo Settore in attività di sostegno, progettazione e realizzazione di interventi rivolti alle fasce deboli e svantaggiate, con particolare riferimento alla malattia mentale.
Ha pubblicato per Arkadia, con Bruno Furcas, il testo Storie di Bullismo: Dieci racconti e dieci giochi di gruppo per promuovere il benessere scolastico.

logo furcasBruno Furcas è laureato in Lettere Moderne a Cagliari, opera nell’ambito dell’integrazione e socializzazione di alunni minori in situazioni di grave svantaggio.
Ha pubblicato in Made in Sardinia (Cuec 2009) il racconto Pane duro e in Soltanto una palla di stoff a (Taphros 2010) il racconto Anime rosse. Ha pubblicato con Arkadia Editore Diversamente come te, con Andrea Cossu (2009), Boati di solitudine, con Salvatore Bandinu (2010), La favola di Duck, con Andrea Cossu (2010), Un mondo a parte (2011), ambientato nel diffi cile universo dell’autismo e I dolori del giovane bullo, con Salvatore Bandinu (2012), che ha inaugurato la nuova collana Paideia. Nella stessa collana ha pubblicato Storie di Bullismo, con Stefano Porcu.

Incontriamo gli autori in una caldissima giornata di settembre e sorseggiando una bibita fresca e ristoratrice parliamo un po' con gli autori per conoscere meglio il loro libro

 

D. Grazie innanzitutto per la vostra collaborazione, il nostro pubblico ama moltissimo leggere le interviste ai nostri autori.
Quando e perché avete deciso di scrivere Racconti schizofrenici?

R. L’idea di scrivere qualcosa sulla psichiatria era nell’aria già da tempo. Dopo tanti anni di lavoro nel sociale e all'interno di alcuni servizi di assistenza e di aiuto alla persona è nato spontaneo il bisogno di raccontare le esperienze vissute, sia per metterle a disposizione degli operatori ma anche per “esorcizzare” il rischio di burnout. Svolgendo questo mestiere abbiamo scoperto come il disagio mentale sia ancora qualcosa di sconosciuto o nascosto. I familiari e gli operatori apprendono sul campo, giorno dopo giorno, spesso tra mille difficoltà, nuove conoscenze sulla malattia mentale e nuove competenze e strategie nella gestione dell’utente. Dal nostro punto di vista, al di fuori di loro (operatori, utenti e loro familiari), nessuno conosce adeguatamente questo mondo. Lo scopo principale di questo libro è pertanto quello di far conoscere alcune situazioni e condizioni che rimangono, nella realtà quotidiana, sotto traccia, nascoste e sconosciute per tanti.

D. Le storie raccolte derivano da esperienze da voi conosciute in prima persona?
R. Le storie, le situazioni e i personaggi sono frutto della nostra fantasia. I disturbi, i sintomi e gli stati emotivi sono quelli osservati durante la nostra esperienza sul campo.

D. Chi sono i protagonisti dei racconti schizofrenici?
R. I protagonisti dei racconti sono gli attori del disagio mentale. Alcune storie sono raccontate in prima persona altre in terza persona, ma sempre dagli utenti, dai loro familiari oppure dagli operatori.

D. Perché nei racconti si focalizza l'attenzione sui familiari, sugli operatori e meno sui pazienti lasciando al lettore la possibilità di ricevere una impressione tutta personale dei vissuti di questi malati?
R. I sofferenti mentali sono i protagonisti indiscussi delle storie sia che abbiano un ruolo attivo o passivo basti pensare a Massimo Venturi, a Mario ne “La simbiosi”, Luca in “Teoria del caos”, Carlo di “Cala il Sipario”, Giorgio di “Genio e sregolatezza” ed altri.
I familiari e gli operatori, anch’essi protagonisti, sono coloro che accompagnano chi soffre e la loro vita viene spesso contaminata con quella di chi viene assistito. Non dimentichiamo che è molto alto il rischio che operatori della salute vivano situazioni di disagio e di malessere causate dal loro lavoro.
Certamente sono racconti che lasciano al lettore un senso di angoscia e spesso di impotenza.

D. Perché raccontare la malattia mentale e soprattutto in questa prospettiva?
R. Manuali diagnostici e testi tecnici ne esistono tanti. Il nostro intento non è quello di dare una definizione di malattia mentale o di schizofrenia, anche perché non siamo medici e non abbiamo le competenze per poterla dare. Il nostro lavoro è più a carattere letterario e socio antropologico, osserviamo la dinamica, le relazioni e soprattutto cosa pensano e provano gli attori del processo. Il nostro obiettivo principale è quello di  dare un contributo al superamento del pregiudizio e, perché no, anche una speranza.

D. Quando la salute mentale viene a mancare, a volte improvvisamente, cosa accade nella vita del malato e dei suoi familiari? Esiste una rete efficiente di supporto immediato a queste persone coinvolte in questo dramma? Come cambia l'esistenza di chi assiste chi è affetto da malattia mentale?
R. Quando viene a mancare la salute mentale, sicuramente la vita familiare subisce un cambiamento, una drastica trasformazione. La serenità viene a mancare e prendono il sopravvento le preoccupazioni, le paure, i conflitti… insomma uno sorta di disagio che si fonde nella sfera personale, sociale e lavorativa di tutti i componenti familiari.
Nella nostra esperienza abbiamo osservato la difficoltà dei servizi e degli operatori nel fornire una prestazione di sostegno e di aiuto immediato. Per certi versi però questo non ci stupisce perché la diagnosi della malattia non è sempre una cosa semplice. Inoltre sono i familiari stessi, prima di chiedere aiuto ai servizi territoriali, ad avere la speranza che questa possa essere una situazione transitoria e quindi spesso attendono che la situazione migliori in autonomia e non ci sia quindi bisogno di rivolgersi agli specialisti.
Purtroppo questa nella maggior parte dei casi si rivela una mera illusione, perciò, quando la situazione tende a peggiorare e quindi i sintomi della persona si fanno più acuti, i familiari non riescono a gestire le difficoltà e allora vorrebbero ricevere un aiuto immediato. Questo aiuto tempestivo spesso è impossibile. D’altronde la malattia mentale non è un problema che può essere risolto con soluzioni semplici e approssimative. Più che trovare delle soluzioni, i familiari degli utenti si trovano nella situazione di dover apprendere delle capacità e competenze tali da poter gestire il rapporto con la persona che soffre di un disturbo psichiatrico.
Spesso il problema si ribalta: quando la malattia è grave sono i familiare che devono imparare a gestire le dinamiche e la relazione con l’utente, a cambiare stile di vita per andare incontro al familiare e far fronte alle ripercussioni negative sulla propria vita.
Ora immaginate il dramma di chi deve assistere quotidianamente un sofferente mentale grave!

D. Accade spesso di sentirsi impotenti di fronte alla malattia mentale?
R.Il senso di impotenza è sicuramente provato dai familiari degli utenti psichiatrici, sia agli esordi della malattia e sia durante i picchi più acuti. Spesso familiari e operatori si sentono disarmati e non vedono vie d’uscita. Frustrazione, disperazione, paura e tanti altri stati d’animo si mescolano quando si assiste inermi davanti ad un nodo che sembra non potersi sciogliere. A volte quel nodo si scioglie, probabilmente quando il sostegno farmacologico, psicologico, educativo hanno avuto successo. Altre volte non si snoda e allora è necessario attrezzarsi per combattere battaglie di una guerra che potrebbe non avere mai fine.

D. Quale ruolo hanno la famiglia, gli operatori e le istituzioni nell'assistenza ad un malato mentale? La famiglia riceve l'adeguato supporto da parte delle istituzioni?
R. Famiglia, operatori e servizi sono i pilastri del sostegno. La famiglia, seppur con immense difficoltà, deve accettare la malattia e trovare il modo migliore per sostenere il parente con malattia mentale. Gli operatori, ovvero tutti i professionisti che lavorano per l’utente (psichiatri, psicologi, educatori, assistenti sociali, ecc.) giocano un ruolo di fondamentale importanza per il benessere dell’utente, per la gestione dei suoi sintomi e per il ripristino di una vita familiare e sociale funzionale e adeguata. Gli operatori sono il braccio operativo delle istituzioni.

D. Le politiche sociosanitarie attuali riescono ad assicurare l'assistenza adeguata ai malati e ai loro familiari? Cambiereste qualcosa dell'attuale sistema?
R. Il sistema socio-sanitario attuale non sempre riesce a colmare i bisogni contingenti che la malattia mentale scatena all’interno delle dinamiche familiari. Oggi, comunque,  sono sempre più presenti, per esempio, nel territori delle micro realtà o case famiglia che accolgono un ristretto numero di ospiti, supportati a tempo pieno da personale qualificato. Ciò  certamente alleggerisce, almeno periodicamente, il familiare dal carico emotivo che tali patologie scatenano. In tali percorsi, gli ospiti acquisiscono delle competenze relative al saper fare, al sapersi relazionare e all’acquisizione delle norme relative alla convivenza. Per mettere a frutto gli obbiettivi acquisiti e consolidare le nuove abilità sarebbe opportuno e necessario creare o potenziare, nel caso siano già presenti, reti di collaborazione tra le strutture per facilitare il passaggio degli utenti a fasi successive previste nei progetti educativi e miranti ovviamente all’autonomia e al reinserimento sociale.

D. Qual è l'atteggiamento mentale della nostra società  nei confronti della malattia mentale?
R. La nostra società non è ancora preparata ad accogliere il "diverso" e la malattia mentale è ancora fortemente intrisa di pregiudizio.

D. Quale messaggio volete far arrivare ai lettori?
R. Nel libro c'è l'importante contributo di una persona che ha attraversato personalmente il tunnel della malattia mentale, ma oggi grazie alla sua tenacia e alla professionalità di chi lo ha supportato, vive una vita normale con la sua famiglia e nella sua importante realtà lavorativa. Il nostro auspicio è quindi che il nostro lavoro contribuisca a dare una speranza a chi, in un qualsiasi momento della propria vita, si trovi ad attraversare questo tunnel. Vuole poi essere un modesto tentativo per il superamento del pregiudizio di cui abbiamo già parlato.


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Redazione

Racconti schizofrenici di S. Porcu e B. Furcas dal 17 settembre in libreria

racconti_schizofrenici_sitoRacconti schizofrenici. Vivere la malattia mentale attraverso gli occhi di operatori, pazienti e familiari di Stefano Porcu e Bruno Furcas, nella Collana A Tu per Tu, illustrazioni di Emanuele Musiu sarà disponibile in libreria dal 17 settembre.


Gli autori hanno raccolto attraverso brevi racconti, delle storie che tratteggiano stralci di vita ed esperienza di persone con sofferenza mentale, la finalità di questo libro è infatti anche quella di descrivere alcune sfaccettature della malattia mentale, attraverso lo strumento della narrazione, ma non è esclusivamente questo. Non delle asettiche "storie cliniche" per addetti ai lavori ma vicende concepite con l’immaginazione e la creatività senza tuttavia tralasciare gli spunti tratti dall’osservazione effettuata durante il lavoro sul campo.




[caption id="attachment_4871" align="alignright" width="187"]Stefano Porcu Stefano Porcu

Con lo strumento del racconto hanno voluto ricostruire le possibili esperienze di vita delle persone affette da sofferenza mentale grave, dei suoi familiari e degli operatori che in prima linea condividono con questi ultimi percorsi di fatica, di sofferenza e spesso di ostinata determinazione. Parallelamente hanno voluto far affiorare alcuni lineamenti della malattia mentale così come può manifestarsi agli occhi della società.
In Racconti schizofenici, eventi e situazioni, stati d’animo ed emozioni danno vita a vicende personali dove il lettore potrà cogliere alcuni aspetti della patologia, da diverse prospettive, potendo così riflettere sulla diversità e sulla complessità della malattia e sulla variegata costellazione dei disturbi ad essa correlati.


Nei racconti emergono disturbi psicotici e psichiatrici, le inquietudini e le angosce dei pazienti, oltreché deliri, ossessioni, paranoie, insomma tutte quelle situazioni che purtroppo si verificano quotidianamente in numerose famiglie, e le difficoltà delle varie professionalità che si trovano a dover affrontare e gestire, in modo diretto o indiretto, questa tipologia di disturbi.

Ogni storia narrata ha caratteristiche e peculiarità proprie, ma hanno tutte come denominatore comune lo scompiglio non solo della vita familiare, lavorativa e sociale del paziente, ma sempre più spesso anche quella degli operatori socio-sanitari coinvolti nel percorso riabilitativo.




[caption id="attachment_4872" align="alignleft" width="183"]furcas1 Bruno Furcas

Come si legge nella introduzione di Alberto Santoru (Psicologo, Psicoterapeuta): in questi brevi racconti si colgono delle prospettive esperienziali: i familiari, gli operatori, raramente i pazienti, perché il loro vissuto è inesprimibile per l’osservatore. E questo approccio “fotografico”, dove la scelta dell’angolatura appare dichiarata, è il contrario della mistificazione, della supponenza del letterato e lascia al lettore la possibilità di ricevere una impressione assolutamente personale.
Gli autori manifestano la loro capacità umana e professionale nella sensibilità che mostrano nel cogliere soprattutto le atmosfere, gli sfondi, i particolari apparentemente insignificanti, in grado di trasmettere il loro vissuto della “malattia”.
Alle volte non riescono a nascondere di essere parte della fotografia e neppure, probabilmente, lo vorrebbero. [...]
Gli autori, forti dell’esperienza “sul campo”, a contatto quotidiano con la realtà delle persone con sofferenza mentale e con le loro famiglie, fuori dagli ambulatori o da privilegiate oasi di osservazione, manifestano tutta la drammaticità dell’impatto con
una problematica complessa che richiede risposte articolate che coinvolgano servizi psichiatrici, familiari, utenti, associazioni, agenzie sociali e richiedono politiche sociosanitarie che riconoscano la caratteristica multifattoriale dei disturbi mentali.


Questo libro non è un manuale diagnostico e non può essere utilizzato in tal senso, ma nell’intenzione degli autori vuole rappresentare uno strumento e un modesto tentativo per il superamento del pregiudizio.


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http://issuu.com/edizionipsiconline/docs/racconti-schizofrenici?e=2372380/30050307
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Redazione

Intervista a Francesco Codato sul suo nuovo saggio Che cos'è la malattia mentale

codato1Sebbene la malattia mentale venga identificata quale male epocale, non esiste nessuna definizione precisa che persuada tutti gli animi su cosa essa sia.
Francesco Codato nel suo nuovo saggio Che cos'è la malattia mentale cerca di ovviare a questo problema prendendo ad esame le risposte che le differenti discipline (psichiatria, storia, antropologia, sociologia, filosofia, religione, diritto, economia e bioetica) hanno elaborato e tuttora elaborano riguardo a tale fenomeno, mostrando come esso non possa che essere compreso adottando uno sguardo interdisciplinare, tendente a valutarne la sua complessa natura.


Francesco Codato ha già pubblicato con Edizioni Psiconline: Che cos’è l’antipsichiatria? Storia della nascita del movimento di critica alla psichiatria (2013) e da pochi giorni è in libreria  Che cos'è la malattia mentale (nella collana Ricerche e Contributi in Psicologia). Un volume davvero interessante, che vogliamo conoscere più approfonditamente, per questa ragione rivolgiamo alcune domande all'autore per capire meglio che cos'è la malattia mentale.


codatoD. Da cosa nasce l’esigenza di scrivere un testo che tratti delle varie definizione della malattia mentale fornite da discipline diverse?
R. Occupandomi di filosofia della medicina e specificamente di bioetica che è una disciplina che fa dell’interdisciplinarietà la sua essenza, mi è capitato di partecipare a convegni, presentazioni di libri, dibattiti ecc. inerenti le differenti problematiche relative alla malattia mentale. Ciò che ho notato è che in queste occasioni, seppur al centro ci fosse il concetto di malattia mentale, esso fosse completamente indefinito ed aperto a teorie sempre diverse, le quali però non dialogavano tra loro. Una cosa era parlare di malattia mentale con antropologi e sociologi, tutt’altro era parlare della medesima con psichiatri e medici, o ancora differente era parlare con psicologi e teologi. Ciò che intendo dire è che sebbene tutti abbiamo a cuore i differenti problemi inerenti alla malattia mentale, non parliamo della stessa cosa quando ci riferiamo ad essa, come se la malattia mentale fosse indeterminata per natura. La constatazione di questa incomunicabilità di fondo tra le varie discipline mi ha portato all’elaborazione di questo libro, in cui ho tentato di riassumere le differenti posizioni espresse dalle stesse sull’oggetto comune “malattia mentale”, tentando di farle dialogare.


D.Nel libro si parla della malattia mentale quale male epocale, cosa vuoi intendere esattamente?
R. Ogni epoca ha delle caratteristiche peculiari, una di queste è sempre stata quella di conferire valore a determinate forme patologiche. Allo stato attuale mi sembra che il dibattito in costante aumento attorno alle differenti forme di disturbi mentali stia riconoscendo nella patologia psichica la fonte discorsiva e patologica principale della nostra epoca. Non è un caso, ad esempio, che la depressione sia per l’OMS una delle malattia più diagnosticate al mondo e sia per tutti noi patologia, purtroppo, comune che possiamo rinvenire facilmente in amici, parenti o in noi stessi. Proprio per questo la depressione è, secondo me, un esempio denso di significato, poiché se cogliamo i dati della sua diffusione possiamo capire quanto i disturbi mentali condizionino e siano presenti nella nostra epoca, ma di pari passo se cogliamo gli stessi dati in maniera totalmente acritica rischiamo di scambiare tante nostre emozioni quali forme di depressione.
Per questo mi sembra che alla base di molti discorsi inerenti alle patologie mentali si scambi l’esigenza importantissima di classificare le malattie con la volontà, ancora più importante, di fare il bene del paziente. In altre parole, siamo così esasperati dal voler trovare il patologico in ogni situazione da non riuscire più a focalizzarci sul soggetto in cura, sulla singolarità del vivere e di esperire il dolore di quel soggetto. Potremo quasi dire che oggi si presta molta attenzione all’oggetto patologia mentale, ma non si presta altrettanto attenzione al soggetto malato.

D. In questo senso si può ricollegare il discorso espresso nel libro attorno alla differenza tra una verità della malattia mentale e una verità sulla malattia?
R. Esattamente, il punto centrale del libro è proprio il voler riflettere attorno allo spostamento della ricerca di verità della malattia mentale alla ricerca di senso della patologia, ovvero un tentativo di riflettere sulle strutture di esistenza della stessa. Il che vuol dire focalizzare il dibattito sia sulle strutture “universali” dei vari disturbi, sia sulle modalità attraverso le quali queste vengono vissute singolarmente dai soggetti. In quest’ottica è doveroso ricordare che ogni persona ha una propria cultura, si trova a far parte di un gruppo, che può essere rappresentato dalla famiglia, da un gruppo sportivo, da una particolare classe professionale ecc., inoltre la stessa può orientare la propria visione del mondo per mezzo di una religione o di credenze personali, le quali si accompagnano spesso alle possibilità economiche e allo status sociale in cui è inserita la medesima persona. Dimenticare queste sfere, quando si fa una diagnosi psichiatrica, rappresenta, secondo me, una maniera di ridurre il soggetto ad oggetto, non prestando realmente cura alla sua sofferenza, che in quanto tale è sempre personale e singolare.


D. La chiave per non ridurre la persona è secondo te il dialogo interdisciplinare?
R. La proposta che avanzo in questo testo è proprio quella di far interagire gli specialisti di settori e materie differenti, poiché in una situazione di cura abbiamo prima di tutto davanti a noi un soggetto con la sua particolare storia di vita. L’ascolto delle differenti soggettività che si presentano davanti a noi dovrebbero portarci a capire che per quanto un professionista sia bravo nel proprio ruolo, egli padroneggia un unico linguaggio, il quale si dimostra in ogni caso limitato e limitante nel tentativo di comprendere la dimensione umana che si presenta in cura. Mi sembra necessario cogliere la nostra utilità verso il soggetto che soffre, ma di pari passo mi sembra necessario riflettere anche sulla nostra limitatezza. Per questo è fondamentale rivolgersi a tutti i saperi sull’uomo i quali,  nella loro parzialità, possono fornire dettagli differenti al terapeuta sulla vita del soggetto tali da adottare posizioni diverse nei confronti di alcune “evidenze” diagnostiche.


D. Questo porta ad una contrapposizione tra riduzionismo ed olismo?
R. Il discorso potrebbe anche essere tradotto totalmente in questi termini, ovvero il passaggio tra il to cure che vuol dire essere in grado di curare dunque di intervenire in maniera puramente tecnica sulla malattia e il to care, che significa prendersi cura in maniera umanistica, ovvero riuscire ad integrare il sapere tecnico-specialistico con l’analisi degli aspetti che donano senso alla dimensione singolare e propria del soggetto che vive ed elabora la crisi prodotta dallo stato patologico.

D. Quindi, secondo te, la sfida maggiore di oggi all’interno dell’intervento terapeutico è costituita dalla costruzione di un dialogo che punti a realizzare una pratica olistica della cura?
R. Penso che ciò che oggi viene chiesto ai medici, in questo caso agli psichiatri, sia uno sforzo enorme e difficilissimo, ovvero quello di comprendere il paziente, dovendo restituire senso e significato al lavoro tecnico che si sta compiendo senza ridurre lo stesso atto alla dimensione espressiva donata dalla sola esecuzione diagnostica. Non è possibile abbandonare i medici a questo durissimo lavoro, ma bisogna aiutarli collaborando con loro e portando le diverse sfaccettature che i nostri differenti saperi, filosofico, economico, giuridico, religioso, psicologico ecc, ci permettono di evidenziare nei soggetti in cura. La sfida che oggi ci attende è quella di riuscire a costruire un dialogo interdisciplinare proficuo che, tenendo conto delle mille variabili che costituiscono una vita singola, possa aiutare sempre di più ad alleviare le sofferenze dei soggetti in cura.

 

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Che cos'è la malattia mentale di Francesco Codato è in libreria

copertina malattia mentale 200x300Che cos'è la malattia mentale il nuovo saggio di Francesco Codato nella Collana Ricerche e Contributi in Psicologia è in libreria.
Francesco Codato collabora alla cattedra di Bioetica, di Etica sociale e Bioetica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. I suoi interessi di ricerca ruotano attorno alla bioetica e alla filosofia della medicina, con particolare riferimento alla relazione tra etica e cure psichiatriche.
Con Edizioni Psiconline ha già pubblicato: Che cos’è l’antipsichiatria? Storia della nascita del movimento di critica alla psichiatria (2013)


Sappiamo cos’è la malattia mentale? Sappiamo definirla? Cogliamo cosa essa rappresenta per la società stessa? La risposta sembrerebbe scontata, eppure se si cerca in una vasta serie di manuali sia riguardanti l’ambito psichiatrico (su tutti il DSM), oppure in campo psicanalitico (PDM), filosofico, sociologico o giuridico, non esiste una definizione precisa di che cosa sia la malattia mentale.
Ciò che si può facilmente constare consultando tali manuali è che la definizione della malattia mentale o manca totalmente come nel caso del DSM, oppure dove è presente, nei vari manuali di filosofia, sociologia etc., serve unicamente come modello confutativo di alcune teorie.
Non è presente in alcun manuale una definizione “di fondo” che possa identificarsi come universale, ovvero che possa essere riscontrata e accettata non solo da tutte le discipline, ma anche da correnti diverse presenti all’interno di una medesima disciplina. Le rare definizioni che si ritrovano di malattia mentale servono unicamente all’instaurazione di un gioco delle parti, ovvero si rendono utili per la legittimazione di un particolare modo di guardare al disagio psichico funzionale al sorreggere la costituzione di un sistema terapeutico che si vuole propagandare. La malattia mentale invece sfugge a questa chiara definizione.
Si può quindi asserire che seppur la malattia mentale sia per numero di diagnosi, di pubblicazioni e d’interesse per le scienze della natura e dell’uomo l’oggetto di culto della nostra epoca, s’ignora ancora cosa essa sia.

 

Lo scopo del libro Che cos'è la malattia mentale è quello di ovviare a questo problema prendendo ad esame le risposte che le differenti discipline (psichiatria, storia, antropologia, sociologia, filosofia, religione, diritto, economia e bioetica) hanno elaborato e tuttora elaborano riguardo a tale fenomeno, mostrando come esso non possa che essere compreso adottando uno sguardo interdisciplinare, tendente a valutarne la sua complessa natura. Infatti, solo in questo modo diviene possibile guardare alla totalità del fenomeno della malattia mentale, ponendo le basi per l’edificazione di un sistema di cura olistico che non consideri la malattia mentale unicamente come un insieme di sintomi, ma che la comprenda come una dimensione propria e singolare. Tutto ciò porterà ad interrogarsi non più attorno alla verità della malattia mentale, ovvero unicamente ad identificare delle patologie universali che valgono di per sé, ma ad interrogarsi sulla verità della malattia mentale, dunque a compiere un’analisi di tutte le componenti sociali, culturali, economiche e biologiche legate al vissuto soggettivo che portano all’esistenza di quella determinata forma patologica.
Che cos'è la malattia mentale è rivolto a tutti, studiosi, studenti, addetti ai lavori sulla salute mentale e non.


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Quei formidabili anni di Trieste. Basaglia e i "matti"

Colloquiando con Gianfranco Bernes, autore di un interessantissimo libro su Franco Basaglia e sull'esperienza di Trieste, cerchiamo di capire in profondità come nacque e come si sviluppo l'idea di "chiudere i manicomi" alla metà degli anni '70.


[caption id="attachment_1832" align="alignleft" width="300"]testimoni del passato - basaglia e trieste Il libro di Gianfranco Bernes


In un pomeriggio di fine estate incontriamo a Trieste, sua città natale, Gianfranco Bernes, prima giornalista e poi medico ed infine autore del volume "Testimoni del passato. Gli anni intensi di Trieste fra psichiatria e antipsichiatria" pubblicato da Edizioni Psiconline nella Collana "A Tu per Tu".
Un libro che, pur nella sua concreta cronaca dei fatti e dei contesti verificatisi a Trieste verso la metà degli anni '70, è leggibile e godibile come un romanzo, come un continuo racconto di fatti, persone, contesti che pian piano introducono alla scoperta dei vissuti dei protagonisti sia all'interno che all'esterno dell'istituzione manicomiale.
Una narrazione partecipata che aiuta a comprendere a fondo le scelte compiute da Basaglia e dal suo gruppo di lavoro in quegli anni così difficili ma anche così produttivi e così eccitanti da vivere.



Domanda: Il tuo libro, intenso e vissuto, ha trovato una risposta decisamente interessata da parte dei lettori che si sono trovati fortemente calati nell'atmosfera e nella vita di anni così particolari e coinvolgenti...
Perchè parlarne di nuovo? Perché non "mettere in soffitta" argomenti ormai legati ad oltre trent'anni fa...


Risposta: Erano anni difficili dove le contestazioni muovevano masse sempre più numerose per dar inizio alla "rivoluzione culturale". Ho voluto riproporre un periodo storico della psichiatria e del Paese innanzitutto per me stesso e poi perché mi ero reso conto che quegli anni, mai dimenticati, erano poco conosciuti e con molte lacune. Ho cercato di raccontare la distruzione del manicomio riproponendo i fatti accaduti in quel periodo e di descrivere il duro lavoro di Franco Basaglia che, con i suoi collaboratori, combatté una guerra con tanti nemici e pochi alleati.

D.: Tu parli di cose viste e vissute direttamente, prima come giornalista e poi come medico. Quale la differenza fra i due vertici interpretativi?

R.:Nessuna differenza, anche se ho vissuto il primo impatto con due occhi diversi: uno indagatore che coglieva le immagini da riportare e l'altro attraverso la fenomenologia con la sua analisi dell'"esserci qui e ora". Però il disagio nell'affrontare questo percorso fatto di dolore, di violenza e di diversità spesso mi ha trovato impreparato nel cogliere il passato e nel cercare di comprendere il futuro.

D.: Cosa ti ha coinvolto particolarmente dell'esperienza di Trieste? I pazienti, l'Istituzione, il cambiamento o cosa?

 

[caption id="attachment_1831" align="alignright" width="300"]La presentazione del libro di Bernes al Salone del Libro a Torino La presentazione del libro di Bernes al Salone del Libro a Torino


R.: I pazienti avevano sposato l'istituzione. Tutto era segnato da ritmi cadenzati e i ricoverati, o meglio i reclusi, facevano parte di quelle vecchie e malandate strutture che li accoglievano. Erano i muti testimoni degli enormi stanzoni privi di qualsiasi conforto. Sembrava impossibile un cambiamento perché tutto era radicato e consolidato. La gran parte delle persone non presentava quella pericolosità che la gente comune credeva. Certo i rissosi e i violenti non mancavano, come non mancavano "fuori", dove vivevano i "normali".
All'inizio i "matti"
, ma pure il personale infermieristico, subirono il trauma della trasformazione. Tutto era incomprensibile e la maggioranza riteneva che il nuovo sarebbe stato peggio del vecchio.
La forza, la comprensione e la dedizione degli operatori furono presto recepite e allora fu vera commozione nel vedere i pazienti animarsi in tutte le attività e ritrovare la fiducia, il sorriso e la voglia di ricominciare.
Aveva ragione Basaglia nel dire "non esistono i matti, esiste la malattia".


D.: Raccontaci in breve la tua esperienza di contatto con il mondo manicomiale e con i suoi cambiamenti...

R.: Il contatto indubbiamente mi ha segnato. La follia mi è parsa una maschera del mistero, e pertanto rispettata anche se poteva intimorire. Quel mistero mi ha coinvolto e da allora mi sono posto domande e ho cercato risposte attraverso volti catatonici ma anche espressivi. Vivere un cambiamento non è semplice, lo diventa se si ha un obiettivo e se si ha coscienza di ciò che si fa. E' come un trasloco: si eliminano cose vecchie e inutili per dare luce e spazio al nuovo. Con Basaglia il cambiamento era vissuto alla giornata, perché tutto poteva succedere in ogni momento. E in effetti succedeva di tutto. Lui però riuscì sempre a guardare avanti e a trainare il gruppo, anche in momenti di tensione e di difficoltà

D.: Lavorare in una struttura psichiatrica in genere lascia il segno! Il contatto con le parti più profonde della psiche umana che esplodono all'improvviso, il fiorire di racconti spesso fantastici, i deliri così floridi da sembrare reali e così coinvolgenti da portarti quasi a farne parte... vuoi parlarcene...

 

[caption id="attachment_1836" align="alignleft" width="300"]Il materiale utilizzato a Trieste Il materiale utilizzato a Trieste da Basaglia


R.: Non è possibile comprendere la follia occupandosi solo di follia. In psichiatria le idee hanno un fascino, maggiore dei fatti. Talvolta trasbordano in quell'atmosfera delirante dove emergono timori e paure ancestrali e primitive, pulsioni fondamentali ed elementari, bisogni profondi ed essenziali. Altre volte spingono la fantasia ad abbracciare l'arte e la cultura. Nel contesto psichiatrico esistono estro, allegria, dolore, pericolosità e violenza e la vita psichica può essere solo compresa e non spiegata: ecco perché oggetto della psichiatria deve essere l'uomo intero, l'uomo vivo.

D.: Chi era Franco Basaglia? Come lo descriveresti? Raccontacelo, se lo ritieni opportuno...

R.: Di Franco Basaglia il mio libro credo dia un'immagine profonda e non retorica. Era una persona colta, intelligente e amante dell'arte. L'ho apprezzato come uomo e come medico. Aveva le idee chiare, anche se non condivise da tutti, ed era infaticabile nel lavoro. Sempre disponibile con il suo sguardo profondo e diffidente che spesso si illuminava con un sorriso. Aveva un portamento spiritoso che lo portava a battute scherzose, anche se fondamentalmente era triste e non aveva una visione positiva della vita. Purtroppo se ne è andato presto, forte di se stesso ma senza sapere il valore di ciò che aveva fatto.

D.: Oggi si parla sempre più spesso di un ritorno al passato. Non nelle stesse forme, ovviamente, ma l'idea di una nuova istituzionalizzazione della "malattia mentale" prende corpo sempre più facilmente e sembra convincere sempre più soggetti.
Tu cosa ne pensi?


R.: Dal 1978 periodicamente si parla della “legge Basaglia”, la 180, dimenticando che quando fu varata era ancora in embrione e lo stesso Basaglia la definì una legge quadro che andava vista e corretta con l’esperienza sul campo. Ebbene, da allora parole e proposte, quasi tutte in senso critico, non sono mancate. Oggi si dice che necessitano servizi sostitutivi, che non è stato predisposto il dopo chiusura del manicomio, che le Regioni non erano pronte a ricevere sul territorio i “matti” ma poco si parla dei bisogni del malato, della prevenzione, della cura e della riabilitazioni. Ci sono realtà dove il lavoro sul territorio è attivo ed efficace, per esempio a Trieste, in altre zone il lavoro è più difficile per vari motivi, tra i quali quello più evidente è la carenza di personale qualificato. A questo aggiungerei pure un aspetto politico-amministrativo legato alla sanità che vede ancora la psichiatria come una branca isolata.

D.: Il tuo affetto per i "matti" traspare dalle pagine del libro e coinvolge il lettore che penetra profondamente in quelle situazioni che sono così complesse da descrivere e capire eppure emergono così nitidamente dal tuo libro. Cosa ti ha arricchito del contatto con loro?

R.: Con loro ho trovato entusiasmo, delusioni, drammaticità, indignazione e profonda umanità, fenomeni tutti legati ai vari momenti della vita e alle singole persone. Descrivere il disagio di un paziente illumina la fantasia ma trova una penna senza inchiostro, perché “tradurre” le poche idee del folle, la paura della contaminazione dell’ossessivo, l’ombra di persecuzione dello schizofrenico o l’incapacità e il nulla del malinconico non può dare quelle sensazioni emotive proprie del contatto, poiché è attraverso la vicinanza e la relazione diretta che si può vivere quel mosaico di vite mancate in cui rispecchiare la nostra normalità.

D.: Forse siamo stati troppo intimistici e abbiamo cercato di costringerti a parlare di cose che avresti magari voluto evitare ma siamo certi che quello che emerge da queste brevi domande e dalle tue risposte sia davvero utile a chi ci legge ora e che può ritrovare nelle pagine del tuo libro le stesse sensazioni e le stesse emozioni.
Vogliamo concludere con una specie di gioco. Poniti nei panni di una qualsiasi persona che si trova fra le mani il tuo libro e lo sfoglia per capire cosa contiene e dicci per quale particolare motivo dovrebbe aver voglia di acquistarlo e leggerlo ....


R.: Manicomio e carcere nella letteratura e al cinema hanno sempre riscosso consensi, se non altro per la curiosità che tali argomenti infondono. Fortunatamente per la gran parte della gente questi luoghi di segregazione sono appresi dalle letture o dai filmati, ma non sempre la realtà è espressa senza fantasia. Nel mio libro di fantasia ce ne ben poca; infatti ho voluto riproporre cronologicamente tutto quanto successe in quegli anni riportando fedelmente i fatti: una vera cronaca-storia del periodo. Che poi il libro possa piacere, questo non sta a me dirlo. Posso solamente riportare il commento di un lettore: “ho rivissuto quegli anni come un flash ma con tante luci in più”.

Grazie per la tua disponibilità e per la capacità di farci penetrare a fondo nel tuo lavoro ma, in particolare, grazie per la sincerità con cui hai messo in gioco te stesso di fornte alle nostre domande.
Buon lavoro!


La scheda del libro

Il volume è immediatamente disponibile in tutte le librerie online e in quelle fisiche.
Se vuoi ordinarlo subito clicca qui per la versione cartacea oppure clicca qui per l'ebook!

 
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Redazione

Quando la schizofrenia non è paura...

Stefano Lasagna è uno psicologo, da poco laureato, che ha scelto di raccontare una storia, la sua storia; anzi, quella di sua madre Francesca, oggi ottantenne e schizofrenica.

Francesca, la madre di Stefano Lasagna



Ha deciso di farlo prima nella sua Tesi di Laurea e poi ha scelto di parlarne ancora proponendola a noi per una eventuale pubblicazione perchè, non pago di essere penetrato grazie ai suoi studi, nel cuore del problema materno, ha sentito il bisogno di "fare divulgazione" e affiancarsi idealmente a tutti colori che vivono quotidianamente questo dramma ma non hanno mai trovato il coraggio di "affrontarlo davvero", vergognandosene, spaventandosene, fuggendolo e spesso relegandolo nel profondo dell'animo e della mente.

Stefano Lasagna ha invece voluto renderlo pubblico, condividerlo, così che molti potessero conoscerlo e sentirsi parte di una storia, magari la loro storia, e comprendere così come affrontare insieme il dramma della malattia mentale.



Il libro sarà disponibile in tutte le migliori librerie dalla metà di Novembre ma noi abbiamo voluto, da subito, metterne a disposizione di tutti alcune pagine (quelle iniziali con la descrizione delle motivazioni dell'autore) in modo da consentire un progressivo avvicinamento ad una tematica così coinvolgente e profonda, sia per chi la studia che per chi la vive.

Fateci avere la vostra opinione, per noi così importante, in modo che lo stimolo di Stefano germogli e produca frutti significativi!

Buona lettura!

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