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Gianfranco Ravaglia, autore di "Illusioni e realtà nella relazione di coppia", pubblicato da Edizioni Psiconline nello scorso mese di giugno 2006, è psicoterapeuta e lavora a Bologna come analista e supervisore, integrando sul piano teorico e tecnico i contributi di vari indirizzi psicoterapeutici. Ha pubblicato (con Alberto Torre) "Il tema caratteriale" (Melusina, Roma, 1992) e "Il cuore nascosto" (Melusina, Roma, 1996). Nel 2000 ha pubblicato "L'intenzione ritrovata" sulla rivista telematica Psychomedia (sezione Psycho-Books) e da allora ha approfondito con vari saggi riportati nel suo sito personale i principali aspetti del lavoro analitico centrato sull'intenzionalità difensiva e sui vissuti non integrati.
Abbiamo voluto sentirlo per parlare brevemente del suo ultimo lavoro e per cercare di capire insieme la complessità di un volume che ha l'innegabile pregio di essere diretto ad un pubblico specialistico e contemporaneamente ha anche la capacità concreta di parlare in modo chiaro e comprensibile a chi, invece, si avvicina all'opera con il desiderio di comprendere meglio per eventualmente affrontare e risolvere i propri bisogni e le proprie necessità relazionali e affettive. Psiconline Nel libro lei mette in evidenza sia gli aspetti illusori, sia quelli autentici delle relazioni di coppia. Sembra però prevalga un certo pessimismo. Dr. Ravaglia Credo si possa essere ottimisti o pessimisti sul futuro ma non sulle situazioni esistenti. I fatti vanno analizzati e non inquadrati in uno schema pregiudiziale. Tutti vediamo che le persone hanno la capacità di amare, ma hanno anche paura di sentire emozioni profonde. Tale paura limita la disponibilità ad accettare il/la partner, ad amarlo/a, a chiedere, a dare, a condividere, a mettersi in discussione, a manifestare slanci affettivi. Paure reali ed attuali possono essere affrontate, ma paure antiche di emozioni appena sfiorate e poi "messe da parte" sono difficili da gestire. Psiconline Non è pessimista, ma nemmeno rassicurante. Dr. Ravaglia Non credo di dover essere rassicurante. Purtroppo non riesco ad immaginare soluzioni di tipo educativo, culturale, sanitario o politico a problemi che derivano da chiusure emotive non comprese o disconosciute. Psiconline Quindi solo un percorso analitico può far superare le difficoltà psicologiche? Dr. Ravaglia Purtroppo non vedo alternative. Inoltre anche l'analisi produce buoni risultati se riesce bene, cioè se il cliente è molto motivato e se l'analista è davvero disponibile a fare un lavoro abbastanza profondo (e anche se riesce a farlo con una particolare persona). Tali risultati, se tutto va bene, costituiscono un beneficio per la persona e in qualche misura per il/la partner e i figli (soprattutto se sono piccoli). Psiconline Lei parla genericamente di "percorso analitico". Credo però che faccia riferimento a qualche scuola di psicoterapia. Può fare qualche cenno all'approccio che segue?
Dr. Ravaglia Ho chiarito in vari saggi pubblicati sul mio sito personale ed in altre pubblicazioni che non faccio riferimento ad una scuola precisa e che la mia formazione è avvenuta in vari ambiti. All'interno delle varie scuole di psicoterapia, ci sono studiosi che considerano i disturbi psicologici come una "patologia" che può essere "curata" ed altri che li considerano un progetto di vita che può essere chiarito e cambiato. Sono questi ultimi maestri e colleghi che hanno influenzato il mio modo di lavorare. Indipendentemente dai risultati che riesco a favorire nei vari casi (più o meno soddisfacenti) cerco comunque di capire a quale scopo una persona ha costruito certe chiusure e non a causa di quale situazione si è "ammalata".
Psiconline Se l'analisi non cura una "malattia psicologica", quali cambiamenti favorisce?
Dr. Ravaglia Se riesce bene, rende possibile una maggior chiarezza sul modo di pensarsi, sentire e organizzare la propria esistenza. I "disturbi psicologici" o i sintomi sono solo una conseguenza di una visione della vita irrazionale. Se la persona chiarisce cosa fa e a quale scopo, può anche ridecidere il piano di vita costruito nell'infanzia, necessario allora per la sopravvivenza psicologica ma inutile e distruttivo nella vita adulta. A mio avviso il lavoro analitico inizia con Socrate, non con Freud. I "problemi psicologici" sono manifestazioni di qualche "brutta filosofia". Il lavoro analitico quindi, a mio avviso, è utile se aiuta il cliente a capire e modificare gli aspetti irrazionali della sua filosofia personale, che include convinzioni assurde ("sono inadeguato", "sono una povera vittima di persone che non mi amano abbastanza", "non so chi sono", "non ho la volontà", ecc.). Ovviamente l'analisi non si esaurisce nel confronto sulle convinzioni "difensive" ma mira a chiarire da quali vissuti dolorosi non elaborati le persone fuggono proprio pensando e pensandosi in modi riduttivi.
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