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Home Catalogo Strumenti Uomini e donne oltre lo specchio. Differenza di genere e terapia della famiglia
Studenti_forum
Uomini e donne oltre lo specchio. Differenza di genere e terapia della famiglia
( 5 - Voti )
copertinagender.jpg Autore: Massimo Giuliani, Adriana Valle
Anno: 2007
Pagine: 220
Collana: Strumenti
Prezzo: € 16.50

Questo volume racconta la terapia della famiglia vista da una prospettiva particolare: quella della differenza di genere.
La terapia sistemica, quella riconosciuta nel mondo come Milan Approach (perché a Milano l’opera di Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin ebbe la sua culla e da Milano ha conquistato i terapeuti di tutto il mondo), è un’arte di lenti. È l’arte, per così dire, di guardare alla realtà e alle relazioni attraverso lenti ogni volta differenti, per darne descrizioni sempre nuove e polifoniche.

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Indice

  • Premessa
  • 1° Parte - Dalla “scatola nera†alla costruzione sociale della realtà
    • Capitolo 1 - Dai sistemi ai significati (e ritorno)
      • La terapia familiare come arte di tracciare differenze
      • Dopo la "scatola nera": linguaggio e significati
      • Note
    • Capitolo 2 - La cultura della differenza nella terapia della famiglia
      • L'influenza della cultura femminista
      • Carol Gilligan e la "voce differente"
      • Dal femminismo alla "sensibilità del genere" nella terapia
      • Nella psicoanalisi: lo Stone Center di Wellesley
      • Dalla famiglia all'irruzione della complessità
      • Note
  • 2° Parte - Donne e uomini nella stanza di terapia
    • Capitolo 3 - Le linee guida del nostro lavoro
      • Prima linea guida: l’équipe mista come risorsa nel lavoro con la coppia e la famiglia
      • Conversazione riflettente e scomparsa dello specchio
      • Comprensione e uso delle premesse di genere
      • Seconda linea guida: riverenza e irriverenza verso i ruoli di genere
      • La realtà sociale dei ruoli di genere
      • L’anoressia come risposta ai modelli dicotomici
      • Maschile e femminile come “categorie sfumateâ€
      • Terza linea guida: l’équipe mista come modello di relazione gilanica
      • Note
    • Capitolo 4 - Giovanna, il cibo e la vicinanza
      • Copioni in conflitto
      • Prima seduta: di chi è il corpo di Giovanna?
      • Seconda seduta: “intersezioni di genere†fra terapeuti e famiglia
      • Epilogo
      • Note
    • Capitolo 5 - Sabrina: alcolismo e premesse di genere
      • Voci dominanti e voci escluse
      • Quanti modi di essere madre?
      • Un anno dopo: due donne si ritrovano
      • Finale
      • Note
    • Capitolo 6 - Annamaria e Rodolfo: la prigionia del potere
      • Potere e uguaglianza
      • La voce di Annamaria, la voce di Rodolfo
      • Il potere e la solitudine
      • Note
  • Bibliografia

Premessa

"Questo libro ha cominciato a prendere forma qualche anno fa, quando decidemmo di costituire un’équipe terapeutica bi-gender nello studio di psicoterapia di uno dei due, per applicare i princìpi sistemici alla consulenza e alla terapia con coppie e famiglie.
Per qualche ragione, forse anche perché i colleghi clinici associavano la terapia della famiglia condotta in équipe alla cura di un problema così spiccatamente relazionale quale l’anoressia, in quel periodo ci capitò soprattutto di lavorare con coppie di genitori di ragazze con problemi alimentari: in ciascuno di quei casi la figlia era in terapia presso altri professionisti, che ci chiedevano di intervenire con i genitori, che vedevano in grave difficoltà nell’affrontare una circostanza quale quella di avere in famiglia una ragazza che smette di nutrirsi, o che inizia a farlo in maniera sregolata e allarmante. Ci siamo così dedicati ad ascoltare le idee che le famiglie ci portavano: erano idee sul femminile, sul cibo, sulle relazioni fra donne e uomini, sul guardare e sull’essere guardati. Ci siamo incuriositi ai modi in cui queste idee dialogavano tra loro.
Nel corso di quell’esperienza abbiamo avuto la possibilità di sperimentare le potenzialità di un’équipe “speculare†alla coppia in terapia (perché costituita da un uomo e da una donna) e la sua particolare efficacia nel dare competenza e responsabilità a due genitori in difficoltà come nel mettere in discussione premesse rigide legate ai ruoli di genere.
In quel periodo collaboravamo col Forum sulle Matrici Culturali della Diagnosi coordinato da Pietro Barbetta presso l’Università di Bergamo: il lavoro con quel gruppo di colleghi ci permise di riflettere su quanto di costruito socialmente ci sia nella realtà clinica che osserviamo, costruendola a nostra volta, nelle nostre stanze di terapia: quella riflessione ha avuto un’inevitabile ripercussione sulla pratica della nostra équipe clinica. Attraverso il Forum, inoltre, siamo venuti a contatto con le idee di Mary Olson (2000) sull’anoressia e sui ruoli sessuali nella famiglia, e ci siamo confrontati con Lynn Hoffman, una donna e una maestra che ha segnato un periodo lungo e importante della storia della terapia della famiglia, essendone tuttora un’interprete appassionata e critica.
La partenza di una dei due autori (Adriana Valle) per gli Stati Uniti sembrava dover mettere la parola fine, o per lo meno imporre una brusca sospensione, all’esperienza condotta. Ben presto realizzammo invece che ci si presentava un’ottima opportunità di porci in una visione di second’ordine: come il matematico che, riempita la lavagna di formule e di operazioni, fa un passo indietro per avere quello sguardo globale che gli permetta di riflettere sul processo che lo ha condotto ai suoi risultati, così ci siamo concessi il lusso di fare un passo indietro per riflettere a distanza non più sulle famiglie e sulle loro vicissitudini, ma su noi stessi e sulle premesse che ci avevano guidato nella relazione con loro.
Questa riflessione da una parte all’altra dell’Oceano ci ha dato lo spunto per occuparci di un argomento che in Italia è molto meno sviluppato che nei paesi di lingua inglese: vale a dire l’uso delle premesse sul gender nella terapia della famiglia (v. anche Valle e Giuliani, 2002). Il lavoro che segue testimonia del periodo intenso e proficuo in cui ci siamo dedicati a riflettere sul tema.
Alcune delle idee che emergevano nell’andirivieni tra il piano delle premesse individuali e familiari e quello culturale che ad essi fa da contesto, sono diventate un’ipotesi di lavoro per riflessioni successive. Come quella che ci è stata suggerita, ad esempio, dalla storia di Giovanna; vale a dire: è possibile connettere il disturbo alimentare alle dicotomie e ai dualismi generati dall’incontro di due differenti modelli di femminilità, quello ereditato culturalmente e quello emerso più di recente con l’avvento della cultura industriale e della comunicazione?
Perché se, naturalmente, guardiamo con curiosità e anzi con partecipazione (ne siamo parte, d’altronde) ai cambiamenti sociali e di stile di vita di questi decenni, ugualmente nel lavoro clinico ci capita di cogliere che la tensione tra due modelli e sistemi di premesse si risolve spesso in competizione anziché in una coabitazione di mondi possibili. Insomma, nell’ideologia binaria la domanda giusta non è “come le differenze possono convivere, arricchirsi a vicenda e diventare fonte di libertà di scelta?â€, né “in che modo le nuove prospettive possono contribuire ad una realtà polifonica?â€, e nemmeno “se riesco a vedere due possibilità differenti dell’essere, quante altre sarà possibile immaginarne?â€; bensì, malauguratamente: “quale dei due punti di vista è quello giusto? Quale dovrebbe prevalere?â€. Ciò anche quando l’incontro di culture cui assistiamo è quel peculiare incontro che è il matrimonio o la costituzione di una nuova famiglia.
Da più parti si sente dire quotidianamente che esiste un modello di donna, quella magra e astinente della pubblicità, che sta colonizzando i desideri e i corpi delle adolescenti, tanto da generare anoressia e rapporti disturbati col cibo. Eppure la frequenza e la perentorietà con cui periodicamente i media rilanciano tale argomento ci dice che non tanto un modello di femminilità, di corpo e di piacere sta prevalendo, bensì una disputa dicotomica caratterizzata dalla brutalità binaria delle questioni poste in termini del tipo “o di qua, o di làâ€: “la donna deve essere rotonda e carnosa†contro “la donna deve essere magra e diafanaâ€.
Un “dover essereâ€, un sistema di prescrizioni e ingiunzioni si impadronisce del corpo e della salute, sottraendoli alla competenza e alla libera scelta delle persone.
E così, periodicamente, ci viene annunciato in tono trionfalistico l'ennesimo successo conseguito contro l'anoressia espellendo dalle passerelle dell’alta moda le indossatrici troppo magre! Quanto entusiasmo mal riposto, e quanta tenace convinzione che la visione dualistica della vita e del corpo (le magre di qua, le grasse di là) sia la soluzione, anziché il problema!
Abituati a guardare oltre lo specchio nella stanza di terapia, abbiamo allora provato a guardare oltre ancora: interrogandoci così sulle premesse culturali e sulla loro influenza sul modo in cui costruiamo le relazioni tra i due generi. È stato stimolante e utile affiancare alla prospettiva più strettamente clinica quella dello storico della famiglia, come nel caso del recente contributo di Elisabeth Roudinesco (2002).
Ci siamo persuasi che quell’evento relazionale che chiamiamo terapia si ponga esattamente nel punto di snodo tra il contesto storico culturale del momento, le storie della famiglia in terapia con la loro specificità e la storia propria dei terapeuti che sono parte di un équipe mista; e che se esiste un aspetto etico ineludibile nella terapia, esso consiste innanzitutto nel riportare nel nostro campo di osservazione quel che c’è al di là e al di qua della famiglia che ci consulta.
Proprio allo scopo di ampliare il nostro sguardo, appunto, oltre lo specchio e oltre il setting, nella prima parte passiamo in rassegna le autrici e gli autori che ci hanno indicato una strada, sia per riflettere sul ruolo del genere nella società e nella terapia, sia per capire come si costruiscono nel consenso le storie sul gender, sulla competenza morale, sul corpo, sull’alimentazione.
Nella seconda parte parliamo della nostra esperienza: delle “linee guida†che ci siamo dati per una terapia che fosse “sensibile al genere†e di alcune storie cliniche di cui siamo stati parte o su cui abbiamo riflettuto insieme: quella di Giovanna, appunto; quella di Sabrina e Sergio, una storia familiare in cui l’idea dominante di femminile soffoca il meglio che sia le donne che gli uomini possono dare di sé; quella di Annamaria e Rodolfo, infine, in cui la complementarità rigida che ci presentano nella prima seduta (lui virile e dominatore, lei passiva e depressa) si scioglie in un momento emozionante e spettacolare in cui entrambi riescono a vedere la realtà dei loro ruoli complementari come poco più che un copione. Ponendoci così degli interrogativi interessanti: vale a dire, quanto le premesse e i pregiudizi di genere finiscono per legittimare modi di essere che fanno soffrire, per quanto talmente “coerenti†da imporsi come una realtà ovvia e naturale anziché apparirci come una costruzione contestuale? Quanto tali copioni tradizionali possono talvolta nascondere e coprire sofferenze relazionali?
Sappiamo che molti altri aspetti di una terapia attenta al genere e alla differenza devono essere affrontati, o trattati con maggior ampiezza: in particolare non possiamo non confrontarci con il tema della terapia con clienti omosessuali. Ma questo è il principio, e da qualche parte bisognava pur cominciare. D’altro canto la scelta delle cose di cui parlare è stata dettata in primo luogo dalle situazioni con cui il caso (mettiamola così) ci ha portato a misurarci direttamente nel periodo in cui abbiamo lavorato insieme.
Prima di inoltrarci nel cuore della questione, ricordiamo chi ha seguito da vicino l’esperienza qui narrata e si è confrontato con noi mentre essa procedeva. Pietro Barbetta e il già citato gruppo di ricerca del Forum sulle Matrici Culturali ci hanno introdotto alle idee di cui qui ci siamo serviti. Lynn Hoffman e Marcelo Pakman ci hanno assistiti coi loro consigli e con la loro straordinaria disponibilità.
Un ringraziamento va alla dottoressa Aurelia Galletti, senza la quale non saremmo venuti a contatto con il pensiero affascinante e originale delle terapeute dello Stone Center.
Un grazie speciale a Luigi Boscolo, dal quale abbiamo imparato l’immenso rispetto per questo mestiere. Un ricordo commosso e riconoscente, infine, a Gianfranco Cecchin, maestro di curiosità e di libertà di pensiero di cui continuiamo a sentire la mancanza come il primo giorno."

Quarta di copertina

Questo volume racconta la terapia della famiglia vista da una prospettiva particolare: quella della differenza di genere.
La terapia sistemica, quella riconosciuta nel mondo come Milan Approach (perché a Milano l’opera di Luigi Boscolo e Gianfranco Cecchin ebbe la sua culla e da Milano ha conquistato i terapeuti di tutto il mondo), è un’arte di lenti. È l’arte, per così dire, di guardare alla realtà e alle relazioni attraverso lenti ogni volta differenti, per darne descrizioni sempre nuove e polifoniche.

La lente che gli Autori hanno scelto per entrare nel mondo delle coppie e delle famiglie di cui si sono occupati durante la stesura di questo libro è stata quella dell’identità di genere e delle idee che le persone nutrono su cosa voglia dire essere donne o essere uomini.
Hanno tentato in tal modo un’operazione che è abituale nei paesi anglosassoni ma ben poco praticata da noi: quella, cioè, di includere nel campo di osservazione le premesse (dei clienti, ma anche dei terapeuti stessi) sul gender.

Questo libro nasce dunque dall’esperienza di un team bi-gender e dalla scoperta delle risorse che esso ha portato alla relazione terapeutica: nella stanza di terapia coppie di genitori e di coniugi in difficoltà possono confrontarsi con una coppia di terapeuti, a loro volta uomo e donna, in un incontro che può contribuire a sciogliere la rigidità di premesse di genere che talvolta possono far soffrire.

Nel volume si narra di alcuni di questi incontri, dei successi terapeutici e degli incerti del mestiere, della sorpresa e del mistero che si cela in quelle storie, del tentativo di comprenderne il senso senza mai sostituirsi ai protagonisti.

Disturbi alimentari, conflitti di coppia, dipendenze e amori feriti popolano il palcoscenico della terapia: storie che sorprenderanno e commuoveranno il lettore così come continuano a essere fonte di ispirazione per i due clinici che le raccontano.

Autori

Giuliani Massimo

Massimo Giuliani, psicologo e psicoterapeuta, dopo esperienze nei servizi sociali e nel campo delle tossicodipendenze oggi lavora nel suo studio di Psicologia della Relazione a Manerbio, in provincia di Brescia, come terapeuta individuale e della famiglia, supervisore e formatore per strutture educative. Collabora con l’Associazione Shinui di Bergamo nell’attività clinica e nella formazione al counseling.

È docente presso la Scuola Quadriennale di Specializzazione in Psicoterapia Sistemica di Eidos S. C., sede di Treviso del Centro Milanese di Terapia della Famiglia.
Autore di articoli, saggi e relazioni per convegni su temi di psicoterapia sistemica, tossicodipendenza, disturbi alimentari, counseling, è membro della redazione della rivista scientifica “Connessioni - Rivista di consulenza e ricerca sui sistemi umaniâ€.
Gestisce il sito internet www.terapiasistemica.info.

Valle Adriana
Adriana Valle, psicologa libero professionista, ha conseguito il diploma di specializzazione presso il Centro Milanese di terapia della famiglia di Via Leopardi, diretto da L. Boscolo  e G. Cecchin.Oltre ad aver lavorato in ambito clinico ha svolto consulenze  psicopedagogiche in ambito scolastico ed evolutivo e ha avuto esperienze di formazione rivolte a genitori, insegnanti e operatori. Come docente formatore ha anche collaborato con L'Università di Bergamo.Ha vissuto per due anni negli Stati Uniti e successivamente si è spostata in Francia dove ha lavorato come terapeuta familiare.Attualmente vive in Italia dove ha tradotto La famille en désordre di Elisabeth Roudinesco. E’ cultrice della materia nel Corso di Psicologia dell’Università di Bergamo.

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